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Francia, NANTES: La sottile linea verde



Marzo 2019

NANTES

Io ho un certo talento nel prenotare alberghi e alloggi senza un minimo di criterio.

Mi ci impegno pure eh, cerco di capire cosa aspettarmi, a volte, ultimamente, leggo attentamente le recensioni dei clienti ma ho un budget da rispettare quindi spesso e volentieri la realtà non equivale alle aspettative. Proprio no.

Nantes non è proprio vicina a Parigi quindi ho deciso di partire il venerdì pomeriggio per godermi la visita della città il giorno dopo.

Me la sono presa con calma per raggiungere la stazione degli autobus e, come ogni volta che io provo a prendermi le cose con calma, ho sbagliato strada. Già questo piccolo intoppo mi aveva messo di cattivo umore, figuriamoci come mi sono sentita nell'accorgermi che la reception dell’hotel che avevo prenotato avrebbe chiuso alle 21 mentre io sarei arrivata alle 22.05.

Avevo strategicamente prenotato un albergo vicino alla fermata del bus quindi sarei arrivata a destinazione verso le 22.15 più o meno.

Ho deciso di chiamare l’albergo per chiedere come avrei potuto avere la chiave della mia stanza arrivando dopo l'orario di chiusura della reception. Dall’altra parte parlavano inglese ma io ero stanca, molto stanca dopo una settimana di lavoro piuttosto pesante e quando sono stanca la mia comprensione dell’inglese parlato in Francia si riduce a “the pen is oh da qualche parte” dove pen non lo traduco nemmeno come penna, quindi ho capito ben poco tranne un richiama verso le 19.

E verso le 19 ho richiamato... e mi sono sentita rispondere “non parliamo inglese”! Bene, ho pensato.

Per fortuna la ragazza seduta accanto a me, sentitami parlare con la reception dell’hotel, si è offerta di chiamare al posto mio.

Io sono sicura che lei abbia capito tutto ma il suo inglese non era abbastanza buono da spiegarlo a me che nel frattempo mi ero riposata e avevo ripreso la mia capacità di comprendonio. Quindi alla fine ho capito: vai e c’è qualcuno che ti darà la chiave fuori.

Immaginando che non avrei trovato nessuno ad attendermi di fronte all’albergo ho pensato che qualcuno mi avrebbe aspettata in reception e mi sono messa l’anima in pace.

Arrivata a destinazione mi sono accorta di essere molto vicina ad un vincolo autostradale e il chilometro e qualcosa che avrei dovuto percorrere per arrivare all’hotel sarebbe stato più sicuro percorrerlo indossando un gilet catarifrangente ma indossare un gilet giallo in Francia di questi tempi ha un significato ben preciso e nessuno pensa che tu sia semplicemente qualcuno che sta cercando di non finire investito mentre cammina lungo una strada statale...

All’hotel ho trovato la porta d’ingresso chiusa e la reception evidentemente vuota. Mi sono lievemente alterata e ho cercato di ricordare cosa mi aveva detto la ragazza francese ma ero certa che mi avesse detto di stare tranquilla.

Io non sto tranquilla se mi trovo da qualche parte con l’unico desiderio di stendermi su un letto e tra me e il letto ci stanno delle porte chiuse.

Un cliente mi ha fatto entrare ma non sapeva come aiutarmi e io già mi immaginavo a passare la notte seduta al bar (chiuso) sorseggiando una bibita comprata al distributore (ma forse non avevo delle monete e magari la carta di credito non avrebbe funzionato).

Volevo andarmene, chiamare un taxi e prenotare un albergo in centro, chiamare Booking e insultare qualcuno a caso e poi imprecare e chiamare Bergoglio per farmi assolvere prima di condannarmi all’inferno quando è arrivato un ragazzo che mi ha spiegato che potevo prendere la chiave al bancomat. La chiave al bancomat?

Sono uscita e delle ragazze appena arrivate mi hanno spiegato che digitando il codice di prenotazione nel tastierino di una cassa automatica (che effettivamente assomigliava ad un bancomat) avrei ricevuto la chiave della mia stanza.

Ok. Manco sapevo esistessero le casse automatiche ma non sono solita frequentare motel (ci ho ragionato in seguito) a parte una notte trascorsa a Dacice in Repubblica Ceca (tranquilli, manco io so dove sta sto posto, passavo da quelle parti) ma la reception era aperta.

Mi sono fatta una doccia e mi sono letteralmente buttata sul letto e addormentata nel giro di poco senza degnare di un'occhiata la stanza.



Questa mattina ero bella pronta pimpante a visitare Nantes. Sono venuta fin qui per un motivo specifico, le macchine dell'Isola di Nantes ma di esse vi parlerò in seguito.



Un tram mi ha portata in centro e ho cercato subito l’ufficio turistico dove una simpatica ragazza mi ha consegnato una mappa dove una linea verde suggeriva un percorso che avrebbe portato i visitatori in tutti luoghi di interesse della città.

12 chilometri di passeggiata. La tizia mi ha guardata con la faccia del “eh sono tanti” e io avrei voluto alzare un sopracciglio e lo avrei fatto se ne fossi capace perché 12 km non sono un problema per me... forse dovrei tornare in palestra, dò l'impressione di essere fuori forma.

Un “segui la linea da questo ufficio” non mi ha comunque fatto capire quello che mi è stato chiaro dopo qualche centinaio di metri. La linea verde non sta solo nella mappa ma anche in strada. Un sogno che si avvera. Un filo di Arianna da seguire lungo tutta la città, senza alcun rischio di perdersi.

Si, di solito è così, ma stiamo parlando della sottoscritta e ad un certo punto la linea si è interrotta ed io ho cercato altre linee verdi e ho visto delle linee verdi spezzate e le ho seguite ma erano i segni fatti a terra dai muratori in una zona dove stavano sistemando il manto stradale e mi sono persa nell’unico posto dove non avrei mai potuto perdermi.

Nantes è stata una bella sorpresa.




























Non mi aspettavo grandi cose a parte le macchine dell’isola ma devo dire che la città è davvero graziosa.

Il mio obiettivo era gironzolare per Nantes fino ad arrivare all’isola e poi divertirmi al parco delle macchine meccaniche e invece... e invece mi sono pentita di non avere avuto più tempo da passare in città a rilassarmi.

Espletato il compito di fare un sacco di video e foto alle macchine dell'isola da mandare a fratello e nipote, ho ripreso a seguire la simpatica linea verde che mi avrebbe riportata, un po’ di chilometri dopo, al punto di partenza. Ovviamente non sono tipa da non fare deviazioni, anzi, quindi i 12 chilometri sono diventati molti di più ma poco importa.

Mentre me ne stavo ad ammirare questo



ho incontrato un tizio che mi ha chiesto dove avessi preso la mappa che tenevo in mano. Gli ho risposto (all'ufficio informazioni turistiche, ovviamente) e poi gli ho chiesto come faceva ad essere arrivato da quelle parti senza mappa (non era proprio semplice arrivarci) e mi lui ha risposto che aveva visto la linea verde per terra e l’aveva seguita senza farsi troppe domande.

Io l’unica volta che ho seguito qualcosa senza farmi domande, seguii degli oggetti che erano stati dipinti con della vernice nera in un quartieraccio di Milano mentre fotografavo orti e strane cose trovate tra i campi.

Trovai una tela bianca con dipinta una croce nera al centro poi notai dei fiori di plastica, una bicicletta, delle bottiglie d’acqua, un catenaccio e alla fine un tizio dentro ad un orto completamente carbonizzato (l'orto, non il tizio). Tutto completamente nero e distrutto, la fuliggine mi faceva tossire, non si capiva che era un orto. Me lo disse lo sconosciuto e mi disse pure che era convinto che fossi stata io a creargli problemi e che di sicuro ero tornata mandata dal comune per controllare se fosse andato davvero tutto a fuoco. Già, mi hanno scambiato per una piromane. Ci misi quasi due ore per convincerlo che io non ne sapevo nulla, semplicemente stavo documentando un mondo che stava scomparendo sotto ai miei occhi e l’incendio del suo orto (dato alle fiamme più volte) ne era la prova.

Da quella volta è difficile che io segua cose, indizi, linee per terra senza pensarci due volte. Ci penso due volte e poi li seguo.






Lo so che le foto con le automobiline vi stanno infastidendo... è perché l'azione nella foto va da desta a sinistra... è forse l'unico modo per farmi capire dove sta la destra, voler fare delle foto che infastidiscono chi le sta guardando.







(manichini discutibili eh...)





Scusate, belle le paperelle per far pubblicità ai sexy shop in centro città ma non tutti sanno cosa sono esattamente queste paperelle e a Parigi anni fa vidi una famigliola entrare in un sexy shop a Pigalle pubblicizzato in questo modo con al seguito un paio di bimbi piccoli che uscirono immediatamente con le mani dei genitori a coprire i loro occhi innocenti. Rido ancora quando ci ripenso... A pensarci bene magari un altro paio di paperelle ci starebbero bene...








Tornata al castello mi sono accorta di alcuni elicotteri che sorvolavano la piazza.

I Gilet Gialli. Di sabato è difficile non imbattersi in una delle manifestazioni di protesta.

Ho ripensato alle foto che avevo preso, vetrine rotte ovunque e al McDonalds completamente distrutto dove le vetrate erano state sostituite con dei pannelli di legno che di primo acchito non avevo capito bene per quale motivo. Mi viene ancora difficile associare tutta questa violenza a quello che dovrebbe essere un movimento di protesta pacifica.



Nei giorni scorsi ho ascoltato uno di quei romanzi senza infamia né lode che mi tengono compagnia durante le ore lavoro, uno di quei polpettoni che ti chiedi perché lo stai ascoltando. Il protagonista addestrava cani e raccontava di aver scoperto che una delle cagne che stava accudendo aveva spostato i suoi cuccioli dalla cuccia dove lui li aveva messi perché una corrente d’aria la infastidiva. Aveva scoperto della corrente d’aria soltanto sedendosi dove di solito stava la cagna, stando in piedi non se ne sarebbe mai accorto.

Ecco cosa mi ha dato un libro insignificante, poche righe che mi hanno fatto riflettere.

La mia famiglia ha tentato in tutti i modi di tenermi lontana dalle correnti d’aria, non gliene faccio una colpa, anzi, spesso però non ho saputo in questo modo proteggermi dal freddo e a volte sono bastati pochi spifferi a mettermi in difficoltà.

In passato mi sono volontariamente seduta dove stanno coloro che hanno una rabbia talmente grande da trovare sollievo nel distruggere ciò che non hanno perché la lotteria della vita ha dato i numeri buoni ad altri. Purtroppo quel sentimento lo comprendo anche se non mi appartiene, sono fortunata, non ho vinto il primo premio alla lotteria ma qualche numero buono l'ho beccato.

Se vuoi raccontare storie devi capire molto bene di cosa parli e se devi descrivere il dolore di una ferita sanguinante a volte l'unico modo per farlo è prendere un coltello e non pensarci troppo prima di affondare la lama e lacerare la carne. Sto parlando in modo metaforico ovviamente.

Comprendere non significa essere d’accordo e nemmeno giustificare, tutt’altro, so bene cosa ci sta dietro ad un’attività commerciale e, se le multinazionali un danno lo reggono senza problemi, non è così per tutti e io ho visto parecchi negozi danneggiati, negozi non protetti da una grande m gialla.



La rabbia l’ho vista, come ho visto la fame, l’incapacità di allontanarsi da un destino già scritto, la convinzione che non vi sia merito dietro i successi altrui ma solo fortuna. Chi scende in piazza non lo fa solo per protesta, per rivendicare diritti sacrosanti, alcuni lo fanno solo per trovare sollievo, per cercare quel mezzo gaudio nel creare un mal comune. Vorrei ci fosse una soluzione, mi dispiace vedere Nantes in queste condizioni e mi dispiace vedere così tante persone soffrire. Vorrei sentirmi più coinvolta ma non mi faccio coinvolgere più da nulla. Questo fa di me una brutta persona? Almeno non fingo di essere diversa da ciò che sono.

Evito di proposito le ferite di Parigi, non lo so se mi farebbero male, probabilmente mi arrabbierei soltanto ma a volte voglio solo passare del tempo senza dover per forza riflettere.

L'ho scritto più volte, mi sto informando, capisco perché sta accadendo questo ma tutto questo non è bianco o nero e ogni giorno si aggiungono nuove sfumature.

Mi hanno detto che dovrei documentare questi scontri, ho un’occasione unica vivendo qui in questo particolare momento.

No, non lo farò.

La cronaca non mi interessa, non mi importa passare il tempo cercando la foto che potrebbe gettare fango in una delle due fazioni. Vorrei solo che tutti coloro che stanno lottando per qualcosa trovassero un accordo con coloro che possono aiutarli e si alzassero al mattino con sentimenti positivi perché migliorare la propria vita è possibile, semplicemente, a volte, tremendamente difficile. E per questo li rispetto, a dire il vero, rispetto coloro che ogni sabato da troppo tempo indossano un gilet giallo e si recano in città per manifestare civilmente e chiedere di essere ascoltati.

Non rispetto la violenza, né quella dei manifestanti, né quella della polizia e mi chiedo, è questo l'unico modo per essere ascoltati? Probabilmente sì. Finché il fumo non ti fa lacrimare gli occhi, poco importa ciò che sta andando a fuoco, basta che sia abbastanza lontano da non scottarti.




Non so se scriverò ancora qualcosa riguardo ai Gilet Gialli. Scrivo per mostrare ciò che vedo e per strappare un sorriso, ci sono persone molto più brave di me ad analizzare questioni sociologiche e politiche quindi torniamo a ciò che mi diverte: i flamingos. I flamingos stanno bene su tutto.



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