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Francia, PARIGI: Capelli rossi vs capelli rosa e camera con mezza vista



Febbraio 2019

PARIGI

Una decina d’anni fa, mentre gironzolavo per le Jardin des Tuileries durante una delle mie brevi vacanze parigine (io e la Ville Lumière ne abbiamo di cose da raccontare), espressi all’Universo il desiderio di passare qualche mese a Parigi evitando di ingrassare a forza di pane fresco e pan au resin. Era una di quelle volte in cui ho pensato che Parigi fosse una città stupenda dove vivere per un po'.

L’Universo, o qualunque altra entità a me sconosciuta abbia ascoltato, presumo si sia fatta i fatti suoi, abbia assecondato richieste più interessanti (tipo quelle delle sorelle Kardashian o di Chiara Ferragni e per fortuna anche di Lady Gaga) o importanti della mia per poi, quando non ci pensavo più, stupirmi con la proposta di una trasferta parigina che ho accettato senza nemmeno prendere in considerazione alcun pro e contro. Ok a dire il vero non penso mai a pro e contro e sinceramente l’unico contro di vivere a Parigi è che le mie brioche preferite hanno troppe calorie.

Quindi ho buttato quattro cose in valigia come al solito e mi sono trasferita per un po’ nella città dell’amore.




La prima volta che visitai Parigi avevo i capelli corti color rosso semaforo.

Erano quei tempi in cui mi facevo la tinta da sola e non per coprire uno sterminio di capelli bianchi ma perché, come ora del resto, mi piace cambiare il colore della mia chioma.

Avevo avuto la geniale idea di provare un rosso rubino su dei capelli biondi ossigenato. E se lo dico io che erano davvero troppo rossi, erano davvero troppo rossi. Cioè non erano troppo rossi per il mio metro di giudizio, in realtà temevo le ire di mio padre (ero poco più che una ragazzina). Ricordo che a nulla servirono ripetuti lavaggi, il rosso non se ne andava e dovetti presenziare al pranzo di Natale con un berretto in testa.

Partii per Parigi il giorno dopo insieme ad altri 14 amici e conoscenti. Un giapponese con i capelli verdi volle fare una foto insieme a me.

Non mi innamorai di Parigi. Manco visitai il Louvre.

Ricordo che alloggiavamo in uno dei peggiori ostelli mai visti, che una mia amica era innamorata di uno dei ragazzi che viaggiavano con noi, il quale era innamorato di un’altra mia amica, la quale non aveva alcun interesse per lui. Entrambe si sfogavano con la sottoscritta che cercava di fare finta di nulla e passava il tempo a cercare cd dei Depeche Mode e a spendere l’ingente somma di denaro gentilmente donatagli dal padre (gli avevo fatto credere che Parigi fosse costosissima, cosa vera ma... vabbè avevo un po’ calcato la mano).

Passammo la notte di capodanno in giro per la città diretti a Pigalle (il famoso quartiere a luci rosse) perché uno dei ragazzi aveva insistito per andare laggiù. Per la prima volta vidi un ragazzo morto a terra, vicino al muro, le persone indifferenti occupate a festeggiare la fine dell’anno, i miei amici che tiravano dritto e valutavano se entrare in qualche locale.

Io lo osservavo. Come ho fatto a capire che era morto? Lo capii e basta. E continuai ad osservarlo finché non venni trascinata via da una delle mie amiche.

Ho cancellato tutto il contorno del ricordo, riesco ancora a vedere quel ragazzo ma tutto il resto è sfocato come se avessi usato una lente particolare per concentrarmi solo su di lui.

C’era un ingorgo, vicino a Pigalle, le macchine non riuscivano a muoversi.

Una bicicletta volò letteralmente davanti a noi. Due tizi avevano litigato e uno dei due prese la bicicletta dell’altro e la lanciò incurante del fatto che avrebbe potuto ferire qualcuno.

Una carrozzina era rovesciata a terra, incastrata tra due macchine. Mi chiesi dov’era il neonato.

Tornai a casa con un sacco di cd singoli dei Depeche Mode (li collezionavo, un tempo), un maglione troppo bello per non comprarlo e il rimpianto di non aver avuto una macchina fotografica. Al tempo non mi sentivo in grado di fare foto ma quella sera la avrei voluta ricordare in modo meno sfocato perché per me cambiò qualcosa.

Mio fratello, al ritorno, mi rese fiera di lui perché nonostante la tenera età riuscì a far credere a mia nonna che io fossi stata arrestata a Parigi e che mio padre, il quale era appena uscito con l’auto sgasando credo solo perché gli andava di farlo, stesse partendo in fretta e furia per la Francia per farmi uscire di galera.

Il fatto che mia nonna ci abbia creduto senza fare troppe domande la dice lunga sulla considerazione che aveva di me la mia famiglia.





Tornai a Parigi, per la seconda volta, molto tempo dopo.

Ero appena andata in vacanza a New York e passando dalla frenesia estiva della metropoli all’autunno parigino mi sembrò di star guardando un film al rallentatore.

Mi innamorai di Parigi.

Visitai finalmente il Louvre e salii sulla Tour Eiffel (la volta precedente mia cugina, sapendo che avrei potuto impanicarmi un po’, me lo aveva impedito).

Mi ripromisi di tornarci la sopra, la vista è strabiliante.



Ci tornai un po’ di anni dopo.

Avevo appena comunicato alla banca dove lavoravo che potevano evitare di rinnovarmi il contratto perché avevo deciso di cambiare vita all’età in cui molte persone cominciano a tirare alcune somme. Tornai a Parigi per festeggiare il mio compleanno insieme a quella che sarebbe diventata una mia ex collega.

Erano i tempi in cui per rendermi felice bastava un albergo che condivideva una parete con i magazzini La Fayette e 3000 mq di scarpe, Marithè Francois Girbaud non era ancora fallita e aveva un negozio a Parigi, andavo dalla parrucchiera ogni settimana e i pantaloni di raso di Moschino non mi erano stretti come adesso.

Ricordo quei giorni intrisi dall’eccitazione di aver finalmente avuto il coraggio di prendere una decisione e dalla paura per quello che sarebbe successo poi. Non sapevo che avrei voluto con tutta me stessa diventare una fotografa. Pensavo avrei fatto la vetrinista o qualcosa di simile.

Fu in quei giorni che espressi il desiderio di vivere per un po’ a Parigi.

Comprai una guida diversa dalle altre. "Parigi insolita e segreta" di edizioni Jonglez. L’ho cercata prima di tornare ma credo sia inscatolata insieme alle mie centinaia di libri. O forse l’ho prestata a qualcuno, non lo so.

Lessi molte cose interessanti in quella guida. Ne ricordo davvero poche purtroppo (ho poca ram e tendo ad inserire nuovi dati di continuo) ma due in particolare: Invader (e se mi leggete ve ne ho già parlato e sapete quanto mi piace questo artista) e il fatto che un tempo i bordelli avevano il numero che contrassegnava l’indirizzo più grande di quello delle altre case. Cioè sono tornata dopo un po’ di anni e ho visto davvero troppi numeri molto grandi, mi sto chiedendo se Parigi sia diventata un enorme bordello o se si tratti semplicemente di un restyling.

Andai a cena al "Dans le Noir" un ristorante dove si cena al buio e si viene serviti da camerieri non vedenti. Un’esperienza magnifica che consiglio a tutti. È possibile sapere in anticipo cosa verrà servito oppure fare come la sottoscritta che per tentare di esorcizzare la sua paura del cibo sconosciuto optò per la sorpresa a patto che non ci fosse del formaggio. I piatti che assaporai furono due. Probabilmente ho accorciato una cena da 22 portate chiedendo di escludere l’odiato latticino tanto amato in Francia.

Al ristorante il buio è totale ed è vietato introdurre cellulari o altro quindi... beh vi conviene stare fermi altrimenti potreste ricevere una bottigliata in testa come è accaduto alla sottoscritta.

Tornai sulla cima della Tour Eiffel ma per una serie di strane congiunzioni astrali o di nuove leggi di Murphy salii esattamente al cambio dell’ora quando la torre lampeggia per 5 minuti. Ecco, sarebbe meglio salire in altri momenti per evitare di essere storditi dalle luci.



Poi a Parigi ci sono tornata con un mio amico e sappiate che qui spesso esiste un Boulevard che si chiama allo stesso modo di una Rue e che se avete prenotato una bettola non è che se andate allo stesso numero del Boulevard invece che andare all’indirizzo esatto (nella Rue omonima) l’albergo fico accetterà la vostra prenotazione. Non funziona come con Cenerentola se arrivi prima di mezzanotte. La bettola rimane bettola. Ah già, manco eravamo arrivati prima di mezzanotte.

C’erano ancora i lucchetti sul Pont Des Arts. A quanto ne sono sono stati tolti perché ce n’erano davvero troppi e il peso rischiava di danneggiare il ponte. Non mi piacciono i lucchetti sui ponti ma l’esagerazione di Pont des Arts era davvero affascinante.







L’ultima volta a Parigi prima di oggi fu un disastro.

Mi correggo: qualcosa di peggiore di un disastro.

Ero qui per lavoro. Non vi tedio con le mille complicazioni che crearono problemi. Seguii un gruppo che aveva prenotato un magnifico albergo a Monmartre mesi prima della partenza ad un prezzo convenientissimo. Io prenotai all’ultimo momento e non trovai posto in quell'hotel e pensai bene di ripiegare su una stanza economica vicino a Monmartre.

Vicino a Monmartre. No. Non fatelo. Mai.

Mi trovai in uno di quegli alberghi che vedi nei peggiori b-movie con il copriletto bucato da bruciature di sigaretta e il bagno in condizioni pericolose in un quartiere periferico davvero poco raccomandabile. Decisi subito di cambiare albergo perché a tutto c’è un limite.

Fui molto fortunata perché un paio di persone non poterono unirsi al gruppo e nell’albergo strafico era rimasta libera una camera già pagata.

Mi trovai ad avere una suite con due camere da letto vista Sacro Cuore (una di quelle cose del tipo che dormi con le tapparelle aperte e vedi un panorama mozzafiato in una delle zone più iconiche della capitale francese... una di quelle cose che ti fa pensare "oh cazzo, e adesso che cosa accadrà per compensare questo colpo di culo? ").

Ricordo che andai a prendere la valigia all’altro albergo e quell’ultimo momento in cui ebbi davvero paura.

Non ero sola nella stazione della metropolitana. No. C’era però un tizio che stava in cima ad una delle scale con dei sassolini in mano. Li gettava giù per le scale, uno alla volta, lentamente. Mi ipnotizzò, letteralmente. Tic tic tic tic. Mi fermai ad osservarlo e ad ascoltare il rumore dei sassi che sbattevano sulle scale, un rumore che in qualche modo sovrastava il frastuono dei treni in arrivo. La mia paura è rimasta con lui, quella sera. E' scivolata con i sassi giù per quella scala ma non ha fatto alcun rumore.

Due sere dopo ero a Beauvais, all’aeroporto.

Avevo il volo davvero molto presto e preferii dormire all’aeroporto. O almeno, quella era l’idea.

L’aeroporto chiuse i battenti verso le 23. Il mio telefono si era scaricato e non avevo modo di ricaricarlo. Non sapevo che fare, delle persone mi offrirono un passaggio ma io tendo a non salire in auto con sconosciuti nemmeno se fuori ci sono meno due gradi e la nebbia. Incontrai alcuni malcapitati che come me erano rimasti chiusi fuori dall'aeroporto e poi li vidi sparire in quel mondo lattiginoso e troppo bianco. Poi rimasi sola.

Mi dicevo che avrei dovuto essere spaventata perché non c’era davvero nessuno ma la paura non arrivava. Decisi di andare in paese alla ricerca di qualcosa, magari un bar, ma trovai solo una zona residenziale immersa nella nebbia. I giardini troppo curati, non un segno di vita, sembrava di essere in uno di quei romanzi di Stephen King in cui le cose capitano perché di sì.

Lo stavo leggendo sull’iPad ancora carico in quel momento, Stephen King, ma non un romanzo horror bensì "22/11/63" quello che ritengo sia forse il libro più bello che abbia mai scritto, seduta sulla pensilina del bus ad aspettare che le ore passassero.

Resistetti 20 minuti. Tornai all’aeroporto.

Ricordo che c’era un distributore di bibite e di bevande calde e che presi un the caldo prima di incamminarmi di nuovo verso non so dove alla ricerca di un albergo, io che non bevo mai nulla di caldo nemmeno in pieno inverno.

Un albergo lo vidi in lontananza dopo quasi 45 minuti di cammino con trolley al seguito. Un’insegna rossa, un motel.

Pensavo di poter trovare un alloggio invece la reception era chiusa e senza una chiave non sarebbe stato possibile entrare. C’era però una specie di sportello bancomat senza chiusura a tempo e mi fermai lì, stanca delle situazione, mi sedetti a terra e passai la notte in compagnia delle parole di Stephen King e delle mail dello stesso amico che mi aveva accompagnato a Parigi la volta precedente.

Approfittai del Wi-Fi dell’albergo per raccontare ad un po’ di persone di quella strana notte cercando compagnia, lui abitando in America fu l’unico che mi rispose.

Alle 5 di mattina tornai a piedi in aeroporto e rientrai a Milano e mi dimenticai di Parigi.






Sono di nuovo qui.

Con i capelli rosa, stavolta.

Sono piaciuti a tutti. Mio padre li avrebbe detestati, lo so. Io credo li tingerò di nuovo di rosa, mi si addicono.

Sono arrivata con il mio valigione, lo zaino per l’attrezzatura fotografica e la borsa con il computer.

Ho deciso di andare a quella che sarà la mia casa per un po’ in metropolitana dimenticando che spesso non ci sono le scale mobili. Lo sapevo ma avevo rimosso la cosa. Ringrazio coloro che mi hanno aiutata. Fare le scale con 42 kg addosso è un pochino faticoso.

Voglio comprarmi un quaderno nero con le paietted da Tiger e provare a disegnare di nuovo qualcosa, dalla mia finestra si vede mezza Tour Eiffel (la parte superiore... ok forse non era necessario specificare, l’unico palazzo abbastanza alto da poterla coprire si trova ovviamente sulla mia visuale.) e ho una piccola scrivania e mi piace l’idea di disegnare qualcosa in un quaderno con la copertina ricoperta di paiettes. Ogni tanto guardo dalla finestra al cambio dell’ora e vedo la Tuur Eiffel sberluccicare e mi sento bene, non so perché ma mi mette allegria.



Parigi non si visita in un giorno.

Posso raccontarvi molto di questa città e mi impegnerò a farlo.



Oggi ho gironzolato per il quartiere di Le Marais, una delle mie zone preferite di Parigi. Avevo intenzione di andare al Georges Pompidou, credo uno dei più bei musei al mondo. Non ne sono ossessionata quanto sono ossessionata dal Guggenheim di Bilbao ma poco ci manca.

Essendo la prima domenica del mese l'ingresso era gratuito e la fila infinita mi ha fatto decidere di rimandare la visita.











Poi mi sono perducchiata in giro fino ad arrivare a Monmartre perché un tempo Monmartre faceva da cornice al mio piano B, il mio "vado ad aprire un bar a Formentera o una gelateria in Germania o un ristorante italiano ovunque".

Io sarei andata a ritrarre i turisti a Monmartre, io che, sebbene sia la nipote di un ritrattista iperrealista a momenti manco so ritrarre un cerchio. Ciò non toglie che se non devo copiare qualcosa io me la cavi bene con il disegno quindi... tanto a Monmartre non serve saper essere un bravo ritrattista. Tu turista ci vai e spendi una cifra immonda (al tempo mi fregarono l’equivalente di 90.000 lire perché sbagliai a fare i conti con il cambio lire-franco) per il ritratto di qualcuno che nemmeno lontanamente ti assomiglia e poi lo imboschi in casa perché col cazzo che lo butti con quello che lo hai pagato finché qualcuno lo trova e pensando di farti piacere lo fa incorniciare e te lo appende in camera.








Ps: Invader ha decorato Parigi praticamente dovunque e la cosa mi piace davvero molto.






Pps: ragazzi non è che se togliete gli addobbi natalizi dalle vetrine succede qualcosa di brutto eh? Cioè Natale viene una volta all'anno, diciamo che a gennaio le cose dal sapore natalizio si possono mettere via no?

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