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India, CALCUTTA: Se qualcuno avesse scommesso su quanto tempo avrei impiegato a perdermi... circa 1 ora e mezza



Aprile 2018

Giorno 1: Calcutta

Diciamo che la giornata è cominciata male. Molto male.

Il volo da Istanbul è arrivato a Nuova Delhi non troppo in ritardo ma poi, per motivazioni a me sconosciute, l’aereo ci ha fatto fare il giro dell’aeroporto con varie soste fino a prolungare il ritardo a tal punto che ho perso la coincidenza per Calcutta. Sono scesa dall’aereo talmente assetata di sangue che manco Edward Cullen quando annusa Bella Swan. Volevo andare dritta al desk della compagnia aerea e far valere i miei diritti. Non che io non ci abbia provato a prendere il volo eh. Come avevo preventivato in questo periodo i turisti non sono poi molti e alle 6.30 di mattina non ci sono code all’immigrazione. Ovviamente il commento alla foto in cui ho la capigliatura corvina, decisamente diversa da quella biondo platino attuale, non mi è stato fatto mancare. Sono seguite scene di panico mentre gli addetti a non so cosa mi spingevano nell’ascensore per farmi prendere il volo in tempo ma sono arrivata appena chiuso il gate.

La sete di sangue non si è placarla fino alla scoperta che non esiste il desk di quella compagnia aerea specifica nell’area dei voli interni.

Qui la colonna sonora della mia incazzatura, shazamata in aeroporto:



Ok, non finirà qui.

Ero talmente nervosa che quasi rimettevo il roaming perché il Wi-Fi dell’aeroporto non funzionava ma qualcosa mi ha fatto leggere il messaggio che mi comunicava che in india navighi a più di 29 euro a megabyte. Non giga. Mega. Sorvoliamo.

Sono riuscita a spargere i sali minerali in polvere che avrebbero dovuto finire nella mia bottiglia d’acqua tra la stessa, i miei pantaloni, la mia camicia e il divanetto nel quale ero seduta. Al controllo di sicurezza ho avuto il dubbio che magnesio e potassio potessero essere elementi utilizzati per costruire non so cosa e di essere arrestata senza nemmeno capire perché. Poi ho capito che perquisiscono tutti. Le donne, però, dietro ad un separè.

Il volo Delhi-Calcutta non me lo ricordo. Non dormivo ma nemmeno ero sveglia.

Istanbul-Delhi era stato molto movimentato: abbiamo incontrato la madre di tutte le turbolenze. Che a dire il vero a me pure divertono… cioè se siete come un mio parente che prima di agitarsi guarda come reagiscono gli altri, non guardate me. Io non batto ciglio. Non faccio testo. Davvero, mi piace un po’ di turbolenza ogni tanto, rende il volo meno noioso.

Arrivata a Calcutta ho preso un taxi prepagato. Sono sicuri soprattutto per le donne che viaggiano da sole. Manco la soddisfazione di salire in un taxi giallo. No. Un catorcio bianco che aveva già avuto la sua bella lista di incidenti a quanto stava a testimoniare la carrozzeria con alla guida il taxista che mi merito. Ha chiesto a me la strada. Certo. Come no. A me la chiedi. Bravo! Dopo essersi fermato a chiedere indicazioni a persone a caso tipo una decina di volte mi ha portata al mio albergo. Ora. Forse non sono sveglia come credevo ma io alle foto dell’esterno dell’albergo ci avevo creduto e pensavo di essere in una zona completamente diversa… invece mi trovo sotto ad un cavalcavia immersa in un puttanaio. Non che mi dispiaccia a dire il vero.

In stanza ho scoperto che all’aeroporto mi avevano chiuso la valigia con una fascetta. Di quelle che devi tagliare per forza. Peccato che avevo le forbici dentro alla suddetta valigia. Per fortuna è bastato chiedere alla reception.

Devo dire che sono tutti gentili qui. Mi occorreva un numero telefonico indiano e dopo essere andata in un negozio serio accompagnata dal mio valletto personale (non so perché ma in albergo mi hanno affidata ad un ragazzo che si occupa di aiutarmi in tutto, non so se è prassi o se gli ho fatto pena), mi è stato detto che serve la residenza indiana per avere una sim indiana, però se fossi andata nella zona di New Market, con un po’ di fortuna… E va bene. Dopo mille peripezie il mio valletto ha fermato al volo uno di quei cosi gialli e verdi che sembrano delle ape car aperte dove ci stanno 3 persone dietro e 2 davanti per farmi portare al New Market. Peccato che il veicolo fermato portasse già 5 persone. Peccato che ho dovuto sedermi davanti dove ci si sta in due con il mio beneamato sedere metà nel sedile metà pronto a baciare l’asfalto (detto questo, questi cosi sono diventati il mio mezzo di trasporto preferito, sono come i motorini napoletani, veloci, costano poco e si infilano dappertutto e non mi ricordo assolutamente come si chiamano). Al New Market mi hanno venduto questa benedetta tessera telefonica e portata a fare una foto tessera da un fotografo dentro ad uno sgabuzzino che con mezzi più antichi che obsoleti è riuscito ad ottenere risultati migliori che in Italia. Poi il negoziante mi ha memorizzato il suo numero perché non si sa mai (mi sa che faccio pena a tutti... No, idiota!!!! Sono te dal futuro!!!! Non ti fidare, non farlo, devi leggere la sezione "truffe" sulla Lonely Planet, non comprare la guida solo per aumentare il peso del bagaglio a mano!!!!!). Poi mi sono ovviamente persa. Non ho trovato una mappa da acquistare e fino a domani pomeriggio niente internet e niente google maps… (per dire, qui con l’equivalente di circa 4,50 ho un mese di chiamate illimitate e 1 giga e qualcosa al giorno ...sì certo, speraci - sono sempre te dal futuro-) quindi ho preso un coso giallo verde e mi sono fatta portare al centro commerciale vicino al mio albergo.

Peccato che poi io il centro commerciale non lo abbia mai trovato. E c’era però, lo avevo visto… ho vagato nel nulla un altro po’ e poi ho deciso, dopo aver comprato dell’acqua ad un prezzo davvero gonfiato, di andare a riposare, dopotutto non dormivo da qualcosa tipo 30 ore… il conducente del mezzo al quale non so dare un nome mi aveva detto: per trovare l’albergo segui il ponte. Io l’ho seguito. Poi mi sono stufata e ho pensato di farmici portare. E qui è nato un equivoco che mi stava mettendo nei guai…

Devo fare una premessa. Appena arrivata qui mi sono sentita al sicuro, magari mi sbaglio ma la mia prima impressione è stata buona. Calcutta è tutto mescolato a caso con altro tutto. È stonata, stridente, disarmonica, meravigliosa in tutta la sua cacofonia. Io ho visto solo una parte della città, quella in cui non rischi di imbatterti nella copia del Big Ben (c’è, me lo ha mostrato il tassista che non conosceva le strade) o in riproduzioni di palazzi inglesi (dopotutto era la capitale delle Indie Britanniche), dove i clacson non smettono di suonare e gli odori si susseguono a partire dal tanfo di vacca per poi passare all’aroma della curcuma e al profumo di fiori talmente forte da stordirti. Ho notato molte zone degradate, delle bidonville se così vogliamo chiamarle. Il desiderio di addentrarmici e conoscere le storie degli abitanti era forte ma io sono qui per raccontare la storia dell’acqua e il mio viaggio scorrerà alla stessa velocità. Non ne avrei il tempo materiale e a quanto ho capito per una donna sola, bianca ecc. non è proprio sicuro, anzi. Soprattutto con il buio.

E io dove vado a finire?

Quando ho chiesto agli amici motorizzati di portarmi all’albergo, stufa di star camminando a vuoto, uno di loro ha addirittura fermato il traffico per portarmi dall’altro lato della strada. Io avevo chiesto un indirizzo specifico e pensavo me lo stessero indicando. No, loro mi stavano dicendo di prendere il pseudo apecar verde giallo nell’altra direzione. Quindi io mi sono incamminata finché è calata la luce e ho trovato un sottopasso buio e spaventoso dove la gente si faceva luce con la torcia dei telefonini e mi sembrava di vedere la scritta “non introdurti in luoghi pericolosi mentre stai giocando a Pokémon go” e allo stesso tempo io che penso “manco per idea che non ci vado, ci sta Milktank laggiù!”. A mia discolpa credevo che dopo il sottopasso ci fosse l’albergo, invece mi sono trovata in mezzo alle baracche mentre da un altoparlante risuonavano tutt’intorno le parole di una preghiera. Vorrei dire che ho avuto paura ma no. Zero. Me ne sono andata solo perché ho ricordato le raccomandazioni del tassista. Ché poi non so se erano le raccomandazioni che si fanno di solito ai turisti oppure se ci sia un fondo di verità.

Detto questo sono in albergo sana e salva, ci ero passata davanti senza vederlo e dalla reception, avendomi vista, mi sono corsi dietro per chiamarmi.

Photoshop non vuole riconoscere i file raw delle foto che ho fatto oggi ma, per fortuna, Lightroom si. Temevo di dover ricorrere a Picasa per la post produzione... Ci mancava solo Photoshop che non vuole funzionare...

Ma la tragedia vera è un’altra: l’acqua della doccia è più fredda di quella che mi sto accingendo a bere.



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