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INDIA: Il cielo sopra l'India era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto (scusa Gibson)



Maggio 2018

Eh già. E la cosa mi ha infastidita, amo i cieli colorati.

A dire il vero ero abituata anche alla pulizia e al silenzio e all’assenza di odori del nord Europa ma per qualche motivo l’unica cosa che mi ha infastidito davvero è stata l’onnipresente foschia, quel cielo bianco grigiastro che cozzava non poco con gli abbaglianti colori dell’India.

Sono tornata da una settimana e ne ho approfittato per riprendermi da un brutto raffreddore che mi ha assalita non so dove tra Delhi e Venezia, per tingermi i capelli di un colore improbabile (però bellissimo), salutare qualche amica, leggere una decina di libri poco impegnativi (dormo poco), distribuire pashmine e borse, editare la storia che sono andata a cercare, comprare un paio di collane di gomma, coccolare la mia gatta malvagia che non so per quale motivo ora stranamente mi ama, adorare Deadpool 2, arrabbiarmi perché una delle mie serie tv preferite è stata cancellata dopo il cliffhanger dei cliffhanger creato apposta per evitare la cancellazione, trovare nuova musica da ascoltare, rivisitare la paella catalana e pensare a cosa mi sono portata a casa dall’India. Ah già ho anche tentato di guardare Demon House di Zak Bagans ma l’avviso prima dell’inizio del documentario che suonava tipo “guardatelo a vostro rischio e pericolo che non si sa mai che un demone non vi possa arrivare a casa direttamente online che manco con Amazon Prime farebbe più veloce” mi ha fatto desistere. Perché mi aspettavo un documentario non una minchiata spaziale.



Mi sono sentita dire molte volte che sono stata davvero coraggiosa a fare un viaggio del genere in India da sola. Beh… io non sono assolutamente coraggiosa, suvvia, sono terrorizzata dal buio (non ho paura del buio, parlo di terrore), dal formaggio, le altezze mi mettono in ginocchio e non provo molta simpatia verso i ragni. E quando sto in posti poco puliti mi lavo le mani fin troppe volte. Però è vero che a parte i casi appena elencati io non provo paura. Per nulla. E non è una bella cosa. Me ne sono accorta una notte quando alle 23.30 mi chiusero fuori dall’aeroporto di Beauvais vicino a Parigi. Avevo il volo molto presto al mattino ed ero andata in aeroporto alla sera. Avevo il cellulare scarico, la temperatura era sotto allo zero, c’era la nebbia e gironzolava qualche strano personaggio dileguatosi quasi subito lasciandomi completamente sola. Mi dicevo che dovevo avere almeno un po’ di paura perché qualunque persona avrebbe potuto farmi del male e nessuno mi avrebbe potuta aiutare ma pensavo solo che la nebbia avrebbe potuto rovinare la giacca che stavo indossando. Quella sera non ho avuto paura nonostante le ore passate a vagare in mezzo al non so dov’ero cercando un albergo in mezzo alla nebbia e le altre ore passate nell’atrio dell’unico albergo (chiuso) trovato, seduta per terra a leggere un romanzo di Stephen King (22/11/63 romanzo che peraltro consiglio a tutti. E no, la serie televisiva non si avvicina nemmeno lontanamente alla bellezza del romanzo) per passare il tempo. E la paura non è ancora tornata.

Avere paura è importante. Ti salva la vita, a volte.

In India non ho mai avuto paura. Talvolta mi sono costretta ad essere prudente anche quando non sentivo di doverlo essere (mi dicevo: se ovunque scrivono che questa zona è pericolosa, adeguati a quel pensiero per una volta) ma come ho già ribadito più volte non mi sono mai sentita in pericolo. E quando ho avuto dei dubbi (vedi in albergo ad Agra) ho prontamente tagliato la corda.

Quindi. Vi consiglierei di intraprendere un viaggio come il mio? Dipende. Se avete un interesse giornalistico nello scoprire sulla vostra pelle perché i fiumi sacri in India sono così importanti sì, ne vale la pena. Ma non fatelo al contrario, partendo dalla zona del Delta del Gange come ho fatto io se non siete mai stati in India. Cominciate da Rishikesh e scendete fino a Calcutta perché Calcutta come primo impatto è piuttosto forte. Se ci arrivate preparati (anche se credo sia impossibile arrivare preparati a Calcutta) eviterete di pensare quello che ho pensato io appena sono scesa dal taxi in una zona piuttosto decente e ho posato i miei piedi e il mio trolley su liquami non identificati ovvero “ma perché diavolo non sono tornata a New York e non sto passeggiando per il West Village ché l’ultima volta ho comprato delle scarpe di Steve Madden deliziose in quel negozietto carino e poi mi ero pure ripromessa di esplorare quei locali così interessanti a Brooklyn… e non sono ancora andata alla fattoria sul rooftop, magari stavolta l’avrei trovata aperta” (sì Calcutta ha fatto uscire prepotentemente la Carrie Bradshaw che c’è in me e anche qualcun altro personaggio che a Brooklyn ci mette piede perché Carrie laggiù proprio non ci va se non ricordo male).

Quando sono arrivata in Italia, prima di salire in auto, mi sono tolta le scarpe e le ho gettate nel primo cestino della spazzatura che ho trovato e poi ho fatto fare una brutta fine anche ai calzetti. La valigia è finita in giardino e, una volta svuotata, dritta filata nel cassonetto dei rifiuti. Dall’India mi sono portata a casa molte cose ma la sporcizia ho preferito lasciarla laggiù.

Però Calcutta mi è rimasta nel cuore. Dopo lo shock iniziale (che è stato notevole, non che non me lo aspettassi eh, è solo che sono stati il luogo dove sono scesa dal taxi e il liquame a terra a farmi vacillare per un attimo, il tutto condito da un incessante frastuono di clacson che ti chiedi come fanno a capirci qualcosa… i clacson non dovrebbero servire per segnalare un pericolo? E se senti solo clacson che significa? Che ci sono pericoli a ogni angolo? Quindi farebbero prima a non suonarlo perché tanto quando sei in un qualunque mezzo di trasporto non ci capisci nulla…) ho amato quella città troppo sporca, troppo incasinata, troppo povera ma troppo viva. E a me il troppo piace davvero tanto. Diciamo che quello che stavo cercando l’ho trovato subito. Il resto è stato meno importante? Assolutamente no. Semplicemente Calcutta è uno di quegli estremi che vado cercando e tutto il resto è stato più semplice.






Di Patna ricordo le molte persone che mi hanno chiesto di fare loro una foto e il traffico congestionato in modi mai visti prima… Forse solo a Mosca, un bel po’ di anni fa vidi qualcosa del genere… Anche il primo approccio con il pollo al curry locale lo ricordo bene, tutto sommato l’ho apprezzato.

Qui ho scoperto che quando gli indiani vedono delle persone discutere tra loro amano intromettersi. Tutti. E dire la loro. Anche senza motivo. Quindi se cominciate una discussione di qualunque tipo aspettatevi di trovarvi circondati da parecchie persone e se la cosa può infastidirvi evitate di discutere in pubblico. Anche se a volte la cosa è quasi inevitabile.

A Patna ho cominciato a confrontarmi con i leggendari ritardi delle Ferrovie Indiane. E io scleravo per 20 minuti di ritardo con Trenitalia…





Ah già… a Patna ho anche tentato di pensare di comprarmi qualcosa di tipico da indossare ma sono rimasta impalata come un coniglio davanti ai fari di un’auto che lo sta per investire quando mi sono ritrovata in mezzo ad un turbinio di pailletes e trasparenze… non che in passato io non abbia indossato paillettes e trasparenze ma erano tutt’altro tipo di paillettes e trasparenze…



A Bodhgaya ho trovato la tranquillità. E credo che camminare sul fiume in secca sia stata una delle cose più emozionanti e allo stesso tempo sfiancanti che ho fatto in India. E di cose sfiancanti ne ho fatte parecchie grazie alle temperature che rendevano faticoso anche camminare per 200 metri…




E poi c’è stato l’incontro con il tipo che mi ha mandato i link dei documentari sul Gange. Devo dire che mi sono stati davvero utili.

Ho scoperto, tra le altre cose, che in India ci sono molte persone che non possiedono una toilette in casa ma non rinunciano ad avere uno smartphone. Questo mi fa pensare a quanto gli esseri umani hanno bisogno di una connessione con altri esseri umani, di qualunque tipo essa sia.

Ogni tanto mi chiedo che fine avrà fatto il backpacker incontrato in treno… era cinese? Mi pare fosse di Shanghai. Era davvero in difficoltà nel “paese più folle che avesse mai visitato”. Io no, non mi sono mai trovata particolarmente in difficoltà dopo il primo impatto… mi stanno sorgendo dei dubbi riguardo a questa cosa. Non voglio approfondire.

Comunque sono ancora arrabbiata con il ristoratore che non ha voluto darmi la sua personale ricetta del curry verde di pollo e nemmeno vendermi quel delizioso mix di spezie necessario per preparare il curry verde. Ho provato a comprarlo in più luoghi e tutti mi dicevano “certo, ovvio che lo abbiamo, entra!” e poi tentavano di vendermi del normale mix per un curry color curcuma dicendomi che era verde ma non ricordavo di essere daltonica… tutt’ora sono convinta di non esserlo eh!




Varanasi. Varanasi è un posto che non dimenticherò mai. Uno di quei posti dove ti dici che ritornerai prima o poi anche se sei una di quelle persone alle quali non piace tornare (a parte a New York ma per me New York è casa, quel posto a cui senti di appartenere in qualche modo). Vi do un consiglio. Non visitate Varanasi se non avete gli strumenti per comprenderla. E per strumenti per comprenderla intendo molte cose, piuttosto variabili da individuo ad individuo. Potrebbero aiutarvi delle letture, l’aver visto altra India prima di Varanasi o semplicemente essere una persona che viaggia e non giudica. O forse basta aprire il cuore, non lo so, potrebbe funzionare. Se la visitate senza poterla comprendere vi ritroverete davanti ad un film che racconta la vita di un induista sulla riva del fiume sacro per eccellenza.

Bello o meglio, interessante, certo, ma Varanasi è tanto, tanto di più.







Allahabad mi ha stupita. Pensavo di trovarmi davanti quella che poi ho scoperto essere Haridwar (ringrazio chi tagga a caso le foto che posta sul web, grazie davvero) e sono finita in una spiaggia costellata da colori allegri e una serie di povera gente che cercava di raggranellare qualcosa con la turista bianca, l’unica in zona in quel periodo. Però trovarsi nel punto di confluenza di tre fiumi sacri è stata una bellissima esperienza e un bagnetto lo avrei pure fatto. Se non avessi saputo esattamente a cosa sarei andata incontro mi sarei immersa nelle acque del Gange. In alcuni punti sono davvero invitanti.

Ringrazio anche il ragazzo di KFC che mi ha convinta a provare il Krusher alla fragola (è una specie di frullato con dei pezzi di frutti di bosco o fragole congelati e non so che altro, so solo che è delizioso e lo vorrei tanto assaporare in ogni momento ma il KFC più vicino al luogo in cui mi trovo in questi giorni è a 44 km… un po’ scomodo direi…). Se ve lo state chiedendo, no, nei fast food niente Mac Mucca ma Mac Spicy Chicken e Mac Spicy Paneer e altra roba.






Kanpur rimarrà nel mio cuore perché ho conosciuto una famiglia stupenda, mangiato cibo delizioso che, ora che mi sono ripresa la mia identità e passato qualche giorno con i neuroni a riposo, tenterò di cucinare. E poi la ricorderò oltre che per la bellezza dei templi non menzionati dalle guide, anche per il dolore negli occhi delle persone che con Mama Ganga morente ci vivono a stretto contatto. A Kanpur non si può ignorare cosa sta succedendo al fiume. È impossibile, è sotto agli occhi di tutti. Magari te ne dimentichi quando ti avvicini alla sorgente ma qui no. Qui la sofferenza è visibile.






Agra. Taj Mahal a parte è una città carina ma non mi ha dato granché a parte alcune belle foto dall’alto di un ponte e l’unico momento del viaggio in cui ho lasciato che il sospetto mi facesse scappare da una situazione poco chiara. Se andate in Rajasthan (pare la regione sia davvero molto molto bella) fermatevi qui e cominciate con quello splendore di marmo bianco per poi proseguire in quella parte dell’India che fa dire a tutti coloro che la visitano che “l’India è meravigliosa”. La mia India è stata molte cose ma non sempre meravigliosa (e, forse proprio per questo, meravigliosa).

Molti bambini e qualche adulto mi hanno vista gironzolare e si sono messi in posa per quelle foto che io detesto ma le ho tenute e ne posto qualcuna. Mi piacciono le persone sorridenti ma detesto i finti sorrisi, quelli del “say cheese” per intenderci (maledetto formaggio).










Mathura merita una visita. È una delle città più sacre dell’India anche se a prima vista potrebbe sembrare solo un paesotto sullo Yamuna. Ci sono troppe scimmie per i miei gusti e questa cosa per me è un problema. Credo di odiarle davvero. E io non odio gli animali di solito però quelle dispettose non mi piacciono per nulla, non riesco proprio ad avere un buon feeling con i primati.

In India le scimmie entrano ovunque sia possibile per loro entrare e rompono tutto quello che trovano. Io avevo solo paura che mi graffiassero, non ci tenevo davvero ad usare la mia assicurazione medica.






Meglio Vrindavan e le rovine dei ghat ai lati della strada. Forse di questa città non ne avete sentito parlare spesso, si trova molto vicina a Mathura, in una giornata si visitano entrambe e la zona vicino al fiume è notevole in entrambi i casi.






Delhi… non pervenuta e la cosa mi è dispiaciuta ma non troppo perché io il famoso Rajasthan lo visiterò (forse dopo Mumbai, non lo so ancora ma ci andrò prima o poi) e quella volta avrò il tempo di visitare un po’ della vera Delhi, non qualcosa che sembra più una parodia di una città americana più che una megalopoli indiana.

Haridwar è molto bella ed è un posto davvero assurdo e l’ho adorata ma per me rimarrà sempre la città dove ho litigato con un santone indiano e pochi minuti dopo il mio iPhone 6 ha tirato le cuoia senza darmi nemmeno la possibilità di dirgli addio. Ed anche la città dove ho imparato a salire al volo su quella specie di ape car senza più dire dove volevo andare ma lasciandomi portare nella direzione dove più o meno credevo di dover andare e dando un colpo alla spalla dell’autista per scendere. Inglese ad Haridwar? A parte i dipendenti dell’albergo e una ragazza incontrata alla stazione dei bus… non pervenuto.






Rishikesh è il luogo ideale per riposare e meditare e fare yoga, rafting e tutto il resto compreso morire a causa delle vertigini mentre si attraversano i ponti (se soffrite di vertigini). Ma anche se il ponte dovesse cadere in quel momento meglio morire vivi che vivere morti no? Perché dico questo? Perché pochi anni fa una frana non lontano da Rishikesh ha provocato la morte di parecchi pellegrini. L’ho letto da qualche parte e l’ho archiviato in quella parte della memoria dalla quale non ripesco molte cose, solo qualche frammento quando serve.

Io non me ne preoccupo. Ricordate lo tsunami in Thailandia no?

Esatto. Proprio quello intendevo dire. Rimarrò sempre quel tipo di persona che preferisce un’avventura in un posto sporco, brutto e cattivo piuttosto che riposare in un bungalow a Bora Bora ma credo che se per qualche motivo devi tirare le cuoia un posto valga l’altro.






Se volete visitare il nord dell’India da sole beh tenete presente che io sono, e lo metto tra virgolette, “addestrata”.

Non mi faccio prendere dal panico e trovo velocemente una soluzione. E non sfido la sorte più del dovuto. Arrivo al limite di ogni cosa ma poi non lo supero. Non l’ho fatto in India perlomeno. Non perché non ne abbia mai avuto voglia ma perché ero ben conscia di essere da sola in India. E l’India non è poi cosi pericolosa ma nemmeno poi così sicura. E se di giorno non ci sono troppi problemi e non sono stata costretta a spruzzare il mio spray al peperoncino o a rubare un tuk tuk per sfrecciare lungo le strade prive di regole della città schivando mucche e pedoni (e sono sicura che avrei preso in pieno la prima mucca che si fosse palesata in mezzo alla strada… senza dubbio alcuno), di notte, e per notte intendo dopo le 21, uscire è piuttosto pericoloso soprattutto per le donne sole. Quindi non uscite dopo le 21 da sole. Non fatelo: non ne vale la pena. Tenete conto anche del fatto che io quando me ne vado in giro in tenuta da fotografa ho l’aspetto di una che con quella grossa macchina fotografica ti potrebbe aprire il cranio se la fai incazzare. E sì, lo potrei fare e poi farei pure una foto ricordo. Questo perché sono una persona molto mite e gentile ed accomodante (è vero) e detesto ogni tipo di violenza sia essa fisica che verbale e tendo a reagire davvero molto male nel caso.

E poi i miei amici dicono che con me vale quella cosa che dicono degli animali: hanno più paura loro di te che tu di loro. All’inizio ci rimanevo male ma poi una volta ho chiesto delle informazioni di notte in un luogo desolato dove mi ero persa e non c’era nessuno in giro (in Italia) e le persone a cui mi sono rivolta gentilmente sono scappate e si sono chiuse in casa… quindi… forse c’è un fondo di verità nel dire che non ho un aspetto rassicurante a volte. Questo per farvi capire che se siete più affini ad una principessa Disney di quanto lo possa essere io magari è meglio evitare i bassifondi… (non sono un “maschiaccio”, tutt’altro, sono semplicemente una persona che non aspetta nessuno per fare le cose e se hai un punto di vista del genere nei confronti della vita è bene che impari a fingere e a difenderti anche se ti piace farti portare le valigie, aprire la porta e tutto il resto) ed è meglio che evitiate abiti troppo scollati anche se fa troppo caldo. Mai dare troppo nell’occhio. Le donne in India si coprono, fatelo anche voi.

Io ho dato troppo nell’occhio nonostante non lo volessi ma con il mio aspetto era impossibile evitarlo. E ho sempre nascosto i capelli sotto ad un foulard… Però ho capito che questa cosa dei selfie non mi dispiace troppo. Sono pronta ad essere famosa ed alla conseguente invasione della mia privacy.

O forse no…

Cosa non mi è piaciuto dell’India?

Innanzitutto le angurie e i meloni in vendita per strada con temperature sui 40 gradi o più. L’acqua la trovi anche fresca o qualcosa di simile, qualche frigo in giro ci sta (anche perché a temperatura ambiente l’acqua è pronta ad accogliere bustine di the o della pasta, a seconda dei casi) ma la frutta fresca no. E sinceramente il melone non lo mangio (lo detesto) ma un’anguria l’avrei anche comprata ma… beh io l’anguria cotta non l’ho mai mangiata e non ci tengo a provare l’esperienza.

E poi… sono troppo curiosi. Vedete non mi piace dire quanti anni ho… non mento sulla mia età ma detesto quella domanda. Perché io mi sento addosso molti anni in meno di quelli che l’anagrafe mi affibbia. E in India qualunque cosa tu voglia fare, che sia prenotare un biglietto del bus o firmare il check-in in albergo, maledizione a loro, glielo devi dire quanti anni hai… non basta mettere la tua data di nascita e fargli perdere tempo a calcolare la tua età, no. Devi scrivere quel numerino. Non gli basta sapere che ne hai più di 18 di anni. E poi ti guardano con la faccia del “ma dove sta tuo marito?” se porti un anello come facevo io (anello perso in albergo a Delhi, come era ovvio che accadesse) oppure, se l’anello non lo indossi, con ancora più disgustata faccia del “mio dio ma sei così vecchia e non sei sposata? Non c’è speranza per te”.

Già, su quello credo sia d’accordo pure mia madre visto che voleva iscrivermi al reality “matrimonio a prima vista”…

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