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INDIA: Le attese in aeroporto, le letture da viaggio e la faccia da terzo tentativo



Aprile 2018

India

Vorrei dire che amo le attese in aeroporto, che mi piace aspettare di salire in aereo nella febbricitante attesa di un nuovo viaggio, nuovi posti da visitare, nuove tante cose ecc.

No.

Per nulla.

Un paio d’ore mi vanno bene, otto, come in questo caso, mi pongono nella situazione che non so se dormire, leggere, pensare a non so cosa mentre ascolto musica, guardare i distributori automatici e chiedermi se ho in tasca la valuta del paese in cui mi trovo. Oggi no. Ho valuta polacca, danese, americana, svedese, slava, qualche euro ma lire turche proprio no (non perché devo fare quella fica che viaggia ma perché non pago quasi mai in contanti e mi dimentico di togliere tutto ciò che non serve dal portafoglio e a volte faccio brutte figure al momento dei vari pagamenti perché tento di rifilare centesimi di dollaro al posto di euro). E nel distributore c’è uno snack che vorrei davvero tanto… vabbè.

Molto probabilmente passerò il pomeriggio a decidere che libri leggere durante la mia permanenza in India. Per ora ho ripassato i precetti dell’induismo. Conoscevo già i miti e le leggende legate alle divinità indiane: da piccola volevo fare l’archeologa e costrinsi i miei a comprarmi ogni libro possibile su miti e leggende del mondo antico. Credo fossero lievemente edulcorati per renderli adatti ad una lettrice di 9 anni perché io quella storia di Poseidone che fece innamorare la moglie di Minosse di un toro, la quale si travestì da mucca per farsi montare dall’animale dando poi alla luce il Minotauro, l’ho scoperta molti anni dopo.

Sono onnivora quando si tratta di libri. Leggo qualunque cosa. Qualunque cosa attiri la mia attenzione intendo. Spesso leggo porcherie solo per capire perché hanno venduto milioni di copie. Quando viaggio sono solita leggere qualche libro o biografia ambientato nei posti che visiterò. Per esempio quando ero in Spagna ho letto ogni cosa che ho trovato riguardo a Salvador Dalì, è stato d’aiuto durante le 5 ore in cui sono stata in fila con le mie amiche per entrare al Museo Dalì a Figures… se andate a San Pietroburgo non fatevi mancare “Notti Bianche” di Dostoevskij o “Prospettiva Nevskij” di Gogol. Ammetto che non è stata una buona idea leggere “102 minuti” prima di visitare Ground Zero per la prima volta e nemmeno continuare il mio primo soggiorno newyorkese sfogliando le pagine di “American Psycho” di Bret Eston Ellis. È che anche io andavo a fare la spesa da D’Agostino e ci vado tutt’ora quando soggiorno nella grande mela quindi ho avuto qualche incubo. Comunque sono fermamente convinta che quel libro sia un capolavoro. Poi, se avete un animo romantico, cosa che forse, a volte, non troppo spesso potrei avere pure io, se andate a Parigi fatevi una scorpacciata dei romanzi di Nicolas Barreau, autore tedesco che mi aveva commosso con la storia della moglie morta troppo presto, prima di venire a sapere che questo autore, pare, sia una remunerativa invenzione di una casa editrice tedesca. Comunque, ripeto, i suoi romanzi raccontano di una Parigi magica e romantica dove tutto può succedere. E potrei continuare per ore ma consiglio solo un altro paio di libri. Dei libri difficili. Se deciderete di visitare il campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, prima di farlo leggete “La benevole” di Littell, libro che comprai, iniziai, mollai e poi terminai molto dopo, quando quella lettura si rese necessaria. È un libro tosto, uno di quelli che non lascia indifferenti ma permette di capire. E io voglio sempre capire. Il secondo è “Auschwitz. Ero il numero 220543”. Magari leggete le ultime pagine mentre siete sul treno che da Cracovia vi porta ad Oswiecim, dove si trova il campo, se decidete di arrivare laggiù con i mezzi pubblici. Quella tratta in treno è un incubo. Non me ne vogliano i miei amici polacchi, ne sono coscienti e se ne vergognano (treni a parte io adoro la Polonia, è un paese stupendo). Leggendo questo libro ho scoperto di più sul passato di mio nonno. È una storia autobiografica e per qualche strano scherzo del destino la storia del protagonista si incrocia con quelle dei soldati italiani di stanza in Africa, dove stava anche il mio nonno paterno. Fidatevi. Certe letture a volte sono necessarie.

Ma ora rimetto a nanna i neuroni che ho affaticato fin troppo e vi parlo del mio problema più grande, quello che assilla la maggior parte delle mie ore nelle sale d’attesa degli aeroporti: le foto dei documenti che non mi assomigliano.

Già. Non so voi ma non credo che vi abbiano mai detto che la foto che avete portato per il rinnovo del passaporto “non sarebbe proprio l’ideale, non per offendere, ma potrebbero non accettarla”. Io che piuttosto di rifarne un’altra, che, conoscendomi, sarebbe risultata peggiore, ho gentilmente declinato l’invito a provvedere in tal senso. Perché io non sono fotogenica. Per nulla. Tengo la posa ma basta un attimo e sembro un gargoyle. E poi non vado da un fotografo professionista a farmi le foto tessera. No. Per carità. Sono affezionata a quelle cabine dove hai tre tentativi per fare una faccia decente e io lo so che finirà sempre allo stesso modo ma persisto. Al primo tentativo non sono mai convinta. Il secondo è migliore ma potrei fare di meglio e il terzo… il terzo è un disastro perché per qualche motivo mi ricordo che tanto la foto sarà brutta comunque e nel mio viso passa quel lampo di rabbia al ricordarmi perché sono arrivata al terzo tentativo.

Risultato: mi è capitato di essere fermata al controllo passaporti perché non mi riconoscevano in quella foto. E ci ho messo un po’ a convincere l’affetto alla sicurezza.

Oggi per fortuna non è successo di nuovo, non ancora, di certo io non riconosco me stessa perché non avendo abiti adatti all’India mi sono fatta prestare qualcosa da mia madre che è di più di 10 cm più bassa, veste classico e per trovare qualcosa che mi andasse bene abbiamo decisamente dovuto sorvolare sullo styling…

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