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India, NEW DELHI: Delhi, oggi non faccio in tempo, ci vediamo un'altra volta. Ti chiamo io, ok?



Maggio 2018

Giorno 21: HaridwarNew Delhi

Avevo calcolato tutto nei minimi dettagli… Sarei partita presto da Haridwar e sarei arrivata a Delhi verso le 13, avrei chiamato un Uber e mi sei fatta portare in albergo e poi, sistemati i bagagli in camera, avrei chiamato il driver con cui mi ero messa d’accordo qualche giorno fa per farmi accompagnare a visitare Old Delhi.

Ecco com’è andata, invece.

Sono andata presto alla stazione degli autobus di Haridwar e mi sono accomodata in un autobus con aria condizionata come avevo fatto altre volte. Il biglietto qui si fa in corsa, non ho pensato di chiedere nulla a nessuno. Peccato che io sia salita su un bus in cui il biglietto poteva essere fatto solo online e, anche volendo, non c’erano più posti disponibili.

Ok… scendo e salgo sul primo sfigabus diretto a Delhi che trovo. Mi accomodo e dopo un quarto d’ora circa vedo le persone scendere… resisto finché rimaniamo in 3 e poi cambio autobus pure io. Peccato che dopo 5 minuti l’autobus da tutti abbandonato sia partito e le persone abbiano, 20 minuti dopo, cominciato ad abbandonare anche il bus su cui si erano spostate. Stanca di cambiare veicolo rimango e dopo circa un’ora partiamo.

Nel mentre una donna entra e mi benedice. Le do un po’ di monete e lei mi appoggia un dito in fronte. Spero che questa benedizione annulli la maledizione del santone e il mio telefono risorga dagli inferi ma… niente. Credo che, quando mi ha toccata, mi abbia disegnato una tilaka (il pallino rosso in fronte, è beneagurante) ma per controllare mi tocco con il risultato, scoperto molte ore dopo, di andare in giro con uno sgorbio in mezzo alla fronte. Non potevo andare in giro con quella cosa figa come tutte le donne indiane, no… io dovevo sbavarlo, il pallino.

Accanto a me siede una signora, accompagna due uomini non vedenti. E’ molto gentile, quando urlo dietro ad un tizio di non spostare quella che è la mia valigia lei a momenti lo sbrana, quando il bus si ferma e prende da bere, una volta risalita mi caccia la bottiglia in bocca e mi costringe a bere una bibita fresca. Prima di ricordarmi che lei non aveva mai bevuto da quella bottiglia perché aveva sempre usato un bicchiere ho scoperto quanto schifo fa l’amuchina sulle labbra (non sono schizzinosa ma…).

Arrivati a Delhi, ad un incrocio, dei ragazzi ci porgono, ai finestrini, dei sacchetti sigillati pieni d’acqua. Sono seduta dietro all’autista, me ne porge uno. La mia acqua ormai ha raggiunto la temperatura giusta per buttare la pasta quindi ne bevo un po’ e poi mi ricordo che non dovrei bere quell’acqua e la offro a chi è seduto dietro di me. O l’acqua era buona o i miei anticorpi sono delle belve. Al momento sto bene.

Arrivata in stazione decido di fare come ai vecchi tempi: andare dove devo andare in metro (non saprei come chiamare un Uber visto che non ho più un telefono e non ho voglia di chiedere a qualcuno di aiutarmi). Mi fermo a mangiare qualcosa (patate fritte al Mc e bevande energetiche perché sono a pezzi) e mi accingo a passare i controlli all’ingresso della metropolitana. E cosa mi chiedono? Mi chiedono perché diavolo sto portando una macchina fotografica in una borsa dentro alla metropolitana, pronti a dire la loro. Gli rispondo che sono una fotografa. Parlottano tra di loro e mi lasciano passare, forse perché la mia faccia stava promettendo tuoni e fulmini.

La stanchezza mi arriva addosso come un tir, credo il mio corpo si sia reso conto dei 21 giorni di India, temperature infernali, denutrizione e poco sonno, non riesco quasi a tirare i 14 kg di valigia e che succede? Che mi si rompe quel coso con cui dovrei tirarla. La maniglia per capirci.

Non faccio commenti di alcun tipo quando chiedo ad un ragazzo come arrivare all’aeroporto e mi conduce nella direzione sbagliata. Voglio solo riposare e il vagone della metropolitana va bene. Alla fine arrivo all’aeroporto e prendo un taxi per farmi portare all’albergo nelle vicinanze.

E qui accade che mi dimentico di essere una persona molto gentile.

Dovete sapere che in India è tipico dei tassisti, quando vi pigliano all’aeroporto, tentare di farvi cambiare hotel, indirizzandovi in uno dal quale probabilmente ricevono una qualche commissione. Ti dicono: no guarda paghi troppo, ho telefonato ed è al completo, c’è stato un incendio, è stato distrutto dagli alieni, mandano il concerto di capodanno di Gigi d’Alessio in filodiffusione a tutto volume. Nel mio caso ha cominciato dicendomi che pagavo troppo. E io non ci ho più visto e con meno gentilezza del solito gli ho spiegato che non mi interessava, che volevo solo andare nell’albergo che avevo prenotato (e lavarmi di dosso tutto quanto). Devo essere stata piuttosto aggressiva perché mi ha chiesto di calmarmi perché lui non voleva irritarmi.

Siccome sono gentile di natura mi sono scusata e gli ho lasciato qualche rupia in più.

Sono arrivata in albergo alle 17, come diavolo avrei potuto chiamare il driver per andare ad Old Delhi visto che il numero di telefono è salvato sul cellulare che non si accende davvero non lo so e non posso nemmeno lasciare qui quelle sporchissime scarpe da ginnastica con cui ho calpestato cose che vorrei dimenticare di aver calpestato perché ho perso gli infradito.

Detto questo sono uscita nuda dalla doccia perché avevo dimenticato l’asciugamano in camera e in questo momento mi sono accorta che potrei aver dato spettacolo perché davanti al letto c’è una finestra che si affaccia sul corridoio e io non avevo tirato la tenda… manco mi ero accorta che c’era la finestra, da quando mai negli alberghi ci sono finestre che si affacciano sul corridoio??? Probabilmente sto dando spettacolo anche adesso perché sto scrivendo in mutande… ok è meglio che vada a tirare la tenda va…

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