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India, VARANASI: La mia esperienza al Manikarnika Ghat (sì, il crematorio all'aperto, proprio quello)



Maggio 2018

Giorno 9: Varanasi

Non volevo scrivere qualcosa al riguardo.

Poi ho cambiato idea.

Perché? Ora ve lo spiego.

Vi voglio raccontare un po’ come si svolgono le cose qui, in parte sarà interessante, in parte probabilmente, spero, rimarrete delusi dalla speculazione che viene fatta riguardo a tutto ciò che gira intorno alle cremazioni sul Gange. Nulla di inaspettato, sia chiaro, solo vorrei dire la mia.

Ho passato la mattinata a sentirmi chiamare dai barcaioli per una gita sul fiume da dove avrei potuto vedere benissimo le cremazioni. Magari mi interessano altre cose che si vedono dal fiume ma loro non le nominano nemmeno: tutto gira intorno alle cremazioni, credo sia per via della mia reflex professionale. Forse con qualcun altro hanno usato altre esche, chissà?

Passeggio in riva al fiume e appena mi avvicino mi chiedono di mettere via la fotocamera per rispetto (ne riparliamo dopo del concetto di rispetto). Gli spiego che non voglio fare foto, davvero non mi interessa, voglio solo capire. E mi si affianca un tizio. Mi dice che la mattina dei turisti giapponesi hanno fatto delle foto e la famiglia del defunto si è arrabbiata assai. Presumo accada ogni mattina oppure il giorno prima se la mattina sei tu a visitare il ghat e non i “turisti giapponesi” ma è solo un mio dubbio, sia chiaro.

Mi spiegano come funziona. La cremazione ha un costo, ci sono vari tipi di legname che può venire utilizzato (il sandalo è il più costoso), il cadavere viene portato per le strade avvolto in un sudario di lino ricoperto da tessuti di colori sgargianti e poi lavato nel fiume prima di essere cremato (ne ho incontrati un po’ di questi cortei tra i vicoli di Varanasi. Ti viene voglia di salutarli quei defunti, non di toccare ferro come si usa dalle mie parti quando passa un carro funebre) poi le ceneri vengono sparse in acqua insieme ai resti che non si sono completamente carbonizzati. Le donne incinte, i bambini e i Sadhu (i santoni indiani) non vengono purificati dal fuoco, vengono semplicemente donati al fiume.

Ora, non vi tedio con le spiegazioni del rito per filo e per segno, ci vorrebbero migliaia di parole, tendo ad essere prolissa. E poi google serve a questo. Voglio parlarvi dell’aria rovente, dell’odore che ti aspettavi di trovare ma non c’è, del fuoco che arde ma che lo capisci che non sta bruciando, è un fuoco buono, sta purificando. Non so come spiegarlo. Lo capisci e basta (no, non mi sto addentrando nella spiritualità, lo capisci quando capisci il fiume, e sto cominciando a capirlo).

È la mia “guida” a disturbarmi. A dirmi cose che probabilmente nemmeno mi interessava sentire in quel momento, che ogni casta sociale utilizza un diverso luogo nel ghat, che le donne non sono ammesse perché piangono facilmente e il pianto non facilita l’ascesa al Nirvana (però io pur essendo donna potevo assistere… basta che io non pianga) e molte altre cose. Cose che avevo già letto.

E poi mi sento dire che se la foto la voglio fare è semplice avere il permesso.

Già.

Eh lo so, lo so bene. Basta pagare.

E gli ripeto che no, quella foto non la voglio, non me ne faccio nulla.

Ora. Io non ho nulla contro chi paga per fare una foto. Chi dice di non aver mai pagato o è un amatore o mente. Se non hai tempo di guadagnarti la fiducia e la foto ti serve, paghi. Punto. E no. Pagare non significa barare. A certi luoghi e certe situazioni non ti avvicini nemmeno senza dare un corrispettivo in cambio. Funziona così anche se non è bello dirlo. Paghi e poi scatti. Ma questo non vuol dire che la foto è finta. No. Creare situazioni facendo mettere in posa persone (non intendo il “posso farle una foto” detto per strada) in situazioni irreali ma fotograficamente belle da vedere, portare oggetti di scena, far indossare paramenti funebri insieme a quelli matrimoniali per rendere la foto più accattivante, quello è “barare”. Ricreare scene verosimili. E lo fanno. Pure lo dichiarano. Pagare per poter “costruire” quella foto che hai tanto desiderato ma che non esiste, quello è barare. Pagare per poter scattare in un determinato luogo o ritrarre una persona in una determinata situazione non è barare. È accettare che l’innato voyeurismo del fotografo spesso ha un prezzo. E tutti sanno che ancor più spesso i fotografi sono disposti a pagarlo.

Ma non io, non oggi almeno. In passato l’ho fatto. Cifre molto esigue, pochi euro ma l’ho fatto. Allora, dopo aver capito che no, non avrei pagato per fotografare, arriva la richiesta di denaro per comprare la legna a chi vuole essere cremato ma non se lo può permettere. E qui non si tratta di qualche euro. Vogliono 1500 rupie per chilo e devi donare come minimo 5 chili di legna. Facciamo due calcoli… e io sono brava con i calcoli, sono circa 93 euro. Deve essere stato bravo con i calcoli pure lui perché qualcosa mi dice che ha capito quanto costa la mia fotocamera e ha agito di conseguenza. Senza sapere se e quali sacrifici debba aver dovuto fare per comprarmela.
E non molla. Mi parla del buon karma e molte altre cose. E io mi incazzo. Per davvero. Perché questo non è buon karma, questo è prendere in giro il luogo in cui ti trovi. Parlare di rispetto e poi tentare di estorcere. Ma non sono scema. E so che una cremazione in cui vengono utilizzati 250 kg di legna costa dalle 1000 alle 5000 rupie, dipende dal legno usato. L’ho letto da qualche parte.

Prima di esplodere in una sequela di insulti respiro e decido di fare una piccola donazione (dopotutto spesso l’ingresso ai musei si paga, la vedo in questo modo e forse ma forse qualcuno ne beneficerà), lui cerca di convincermi a donare molto ma molto di più ma non demordo. E allora mi dice che non può devolvere la mia donazione per l’acquisto della legna. No, sono davvero pochi soldi. Li donerà all’istituto di carità che si trova proprio sopra al ghat che si occupa dei malati che vengono a morire qui. Chiama un “collega” che arriva e mi mostra un tesserino (al quale non presto attenzione) e gli porge il denaro che gli ho dato e poi mi chiede qualcosa per lui e la sua famiglia. Gli allungo l’equivalente di poco più di un euro e mi allontano.

Amareggiata? Delusa? No, ho smesso di credere nella decenza del genere umano da molto tempo, sempre se mai io ci abbia creduto.

Semplicemente spero che qualcuno di quelli che viene a morire in questo meraviglioso luogo (sì, perché di questo si tratta) creda ancora che il proprio rito di passaggio non venga utilizzato per speculazioni che probabilmente porteranno soldi alle persone sbagliate.

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