LOSTinSTORYTELLING

Marocco, FES: … e infine ho pensato che sì, c’era la possibilità che io cadessi in una delle vasche per la concia…



Settembre 2018

Giorno 11: Fes

La mia guida settantaseienne con stampella mi ha sfiancata. Davvero. Non so cosa dire, è difficile sfiancarmi perché sono in forma e allenata ma… oh, io non ho mai visto una cosa del genere.

Mi sentivo in colpa perché il proprietario del Riad mi aveva detto di aspettare il nonnino al primo piano però lui mi stava aspettando al piano terra e alla fine abbiamo aspettato entrambi mezz’ora ma io comodamente spaparanzata su un divano e lui appoggiato alla sua stampella. Beh, per fortuna mi ha lasciata riposare mezz’ora in più perché mi ha dato davvero filo da torcere.

Oggi mi ha portato a vedere due delle 3 concerie di Fes, quella più famosa, protetta dall’Unesco e strafotografata, e un’altra più piccola. Ieri avevo già annusato quella più antica.

Non so se è per la temperatura, più alta di quando ero a Marrakech, o cosa ma oggi per resistere al fetore della concia ho dovuto farmi un paio di tamponi di foglie di menta e ficcarmeli su per il naso.

Le foto alla conceria più grande e famosa, Chouara, e a quella più antica, le fai dalle terrazze delle pelletterie. Entrare non è una buona idea, io ci ho provato ma, a parte il fatto che gli operai non gradiscono visite, il nonno mi ha fatto riflettere… ha capito il mio modo di fare foto e ha capito che ragiono poco o niente con la macchina fotografica in mano ed effettivamente il rischio che io potessi finire dentro una delle vasche di concia, visto il mio equilibrio precario, era tutto tranne che inesistente. E finire nella vasca di concia e in più con la macchina fotografica… non ci voglio nemmeno pensare.

Ho dato modo al teleobiettivo di rendersi utile.

Poi ho pensato che sarebbe stato bello avere un drone per fare qualche foto dall’alto. Poi ho pensato che sì, avrei dovuto comprarmi un drone per fare foto dall’alto qui in Marocco. Poi mi sono resa conto che non distinguendo destra da sinistra avrei schiantato il drone sul primo minareto che mi si fosse presentato davanti.

Sembrano delle api operaie i conciatori, qui. Sono soggetti a malattie croniche dovute a prodotti chimici che vengono usati nella concia e sfidano la sorte per pochi dirham al giorno. L’atmosfera è completamente differente da quella che si respira nella concerie di Marrakech, forse per il fatto che sei così lontano mentre a Marrakech bastava allungare una mano per toccare cose che no, non devi assolutamente toccare (solo scrivere il verbo respirare mi fa tornare in mente la puzza, nella conceria più piccola non mi hanno dato della menta e mi sono quasi sentita male, mai odorato una cosa del genere, ti si attacca dentro, riguardo le foto e la mia memoria olfattiva mi insulta).

A Marrakech mi sono sentita una visitatrice, una persona che tentava di capire, qui solamente una voyeur intenta a guardare l’ennesima vetrina sulla miseria umana.

E perché continuo a voler fare queste foto vi chiederete? Perché il Marocco non è solo hammam, spiagge, cammelli e alberghi a cinque stelle con piscina e tutti i comfort, è anche questo e soprattutto questo va mostrato e ricordato.

Tutti passano di qui, è una tappa quasi obbligatoria a Fes perché “l’alveare” ha il suo fascino ma sinceramente mi chiedo quanto davvero le persone riescano a vedere e sentire al di là della puzza.



















- - -

loading