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Marocco, RABAT: Rockin' the Casbah



Settembre 2018

Giorno 5: Rabat

Avrete capito che sono ossessionata dalle opere di Invader. Non me l’aspettavo di trovarne una qui, in mezzo alla Kasbah (o Casbah) degli Oudaïa.

Se vi state chiedendo chi sia Invader, beh sono piuttosto certa che vi sia capitato di imbattervi in alcune sue opere, magari non ci avete fatto caso ma ce ne sono davvero molte nelle grandi città. Ricordate il videogioco Pacman e gli Space Invaders ovvero quei fantasmini che rincorreva (o erano loro a rincorrere lui, non ne ho idea)? Questo artista urbano ha cominciato affiggendo i suoi mosaici nel 1998 a Parigi. Ha cominciato appunto con mosaici raffiguranti i fantasmini. Da allora la sua fama blablabla informativi da soli. Personalmente lo adoro e incrociare una delle sue opere mi fa sempre molto piacere. Come amo ammirare della bella street art.






Sono arrivata a Rabat con un ritardo di più di mezz’ora, così è stato riequilibrato l’arrivo in anticipo di un’ora a Casablanca… sia mai che i minuti guadagnati siano più di quelli persi! Una cosa del genere potrebbe innescare meccanismi che porterebbero alla distruzione dell’intero universo.







Mi sono fatta consigliate cosa fosse meglio visitare nel tardo pomeriggio e sono stata indirizzata verso la Kasbah.

Siccome oggi sono propensa alla divulgazione, se non sapete cosa diavolo è una Kasbah ve lo spiego: è una fortezza o cittadella tipica dell’Africa del Nord. In pratica un labirinto di vie e case e talvolta magazzini, ora divenuti negozi, cinti da mura difensive. Quella di Rabat, la capitale del Marocco, è imperdibile e, già che ci siete, vale la pena visitare pure il Giardino Andaluso, sempre all’interno delle mura.










Ed ora un raro esemplare di autoctono addirittura felice di farsi fotografare:



Durante l’ora della preghiera non è possibile accedere alla Kasbah se non si è di fede musulmana. Più di una persona si è avvicinata per farmelo presente offrendosi di accompagnarmi a visitare i punti di maggiore interesse ma al mio rifiuto, a differenza dal solito, non hanno insistito e se ne sono andati in un batter d’occhio. Cioè anche troppo in fretta, manco ho finito di esplicare le mie ragioni che sono spariti… non ci sono abituata. Riguardo alla chiusura della Kasbah… non ho trovato alcuna notizia al riguardo. Ci sono edifici interdetti ai non musulmani ma la cosa viene chiaramente esplicata in cartelli all’ingresso degli stessi. Non ne sono certa, forse l’espediente viene utilizzato da guide non autorizzate per convincere i turisti a “farsi accompagnare prima di essere sbattuti fuori”. Mi sono fermata all’interno della Kasbah per un bel po’ e nessuno mi ha chiesto di andarmene.



Terminata la mia visita alla Kasbah ho pensato di adoperarmi per nutrirmi, cosa che ogni tanto faccio perché devo. Mi era stato consigliato di cenare da Dar Naij vicino alla Medina. Bene. Ora vi devo spiegare il mio rapporto con le due app che uso per orientarmi.

Ho un’intera schermata del mio telefono dove sono solita posizionare tutte le applicazioni che mi possono tornare utili per viaggiare. App per prenotare alberghi e voli, traduttore, cambio valute, taxi e trasporti locali e ovviamente le mappe. Uso due applicazioni perché una mi segnala anche i mezzi pubblici che posso utilizzare per spostarmi dal punto A al punto B e trova più facilmente punti di riferimento come ristoranti o alberghi ma per me è difficile da utilizzare, l’altra perché riesco più o meno a capirla ma è piuttosto incompleta. E non fate quella faccia, vorrei vedere voi se non sapeste distinguere destra da sinistra…

Mentre mi accingevo a raggiungere il ristorante, ho avuto un diverbio telefonico dove la ragione ed il torto stavano da entrambe le parti (sì controparte che leggi, è colpa di entrambi) e, distratta dalla controversia, ho aperto la app sbagliata, quella che non mi stava indicando la strada per il ristorante ma la strada per un posto di merda. E infatti mi sono ritrovata in un luogo molto simpatico, come al solito, dove ho cominciato a vedere degli abiti non griffati sparpagliati in terra e se vedi degli abiti non griffati sparpagliati a terra non sei certo nel Quadrilatero della moda milanese ecco.

Mentre cercavo di capire come tirarmene fuori ho incontrato dei simpatici venditori di hashish che stavano preparando lo stupefacente per la vendita e che, con molto garbo, me ne hanno offerto. Rifiutata l’offerta con altrettanta gentilezza sono tornata indietro e sono finita in un mercato dove i manichini erano piuttosto insoliti…

I miei preferiti sono gli junior manichini con l’alopecia:









E poi ho visto questo:



Sono certa che non vi era nessun messaggio esplicito dietro a questa “cosa” (non saprei come definirla), semplicemente il manichino era rotto ed è stato imbustato ma io ci ho visto altro. Tutta la mia ricerca fotografica gira intorno alle metafore e credo sia abbastanza ovvio cosa ho visto in questa immagine. Ti fa pensare e soprattutto dimostra cosa può trasmettere una semplice foto di un manichino rotto. Magari l’avete vista e non pensavate nulla ma ora che ve l’ho fatto notare sono sicura che perderete qualche istante a riflettere.

E ringraziate il mio ex insegnante di reportage che mi ha consigliato, quando gli ho parlato di questa mia idea di un racconto di viaggio, di rendere il mio linguaggio fotografico più comprensibile altrimenti avreste visto solo foto come quelle che vedrete di seguito e altre che vi avrebbero portato a domandarvi se mi degno di inquadrare le foto oppure se metto l’autoscatto e me ne vado in giro con la macchina fotografica a tracolla e la lascio fotografare a caso. In realtà tutto quello che faccio ha senso, solo che mi tocca spiegarlo perché a prima vista spesso è incomprensibile.




E poi ho trovato un po’ di porte per i collezionisti di porte:







Ora mi godo il gustosissimo tajine di carne e verdure che ho ordinato. Sto vivendo una storia d’amore folle con le pentole tajine così ho prenotato un corso di cucina marocchina dalle sorelle del mio amico Rachid. Voglio capire bene come funziona questo metodo di cottura e imparare a fare un cous cous come si deve e non il “cucino il cous cous e poi ci butto dentro qualcosa” che ricordo di aver mangiato da qualche parte in Italia.


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