LOSTinSTORYTELLING

Norvegia, OSLO: Flashback e blackout



Dicembre 2018

OSLO

Questa è una pagina di un diario che andrebbe scritta su carta. Vedreste le cancellature, le sbavature dell’inchiostro che provoco con la mia mano destra perché pur non essendo mancina scrivo allo stesso modo e mi sporco tutta (non chiedetemi come ci riesco), i miei dubbi, le mie esitazioni e no, non vedreste lacrime che inzuppano le pagine.

Non è una di quelle storie che mi fanno piangere, è solo un ricordo che ormai quasi non mi appartiene. Ma magari farà piangere voi. Non lo so.

Andrebbe scritta su carta, questa storia, perché è la cosa più vera che scriverò mai in queste pagine elettroniche fatte di nulla, non che tutto il resto non sia veritiero, ma questa volta racconterò di me, quella me che visitò Oslo per la prima volta nel 2006, e a lei piaceva molto la carta, per scrivere, per disegnare e soprattutto per leggere.

A me la carta non piace più. Non la leggo quasi più, non la disegno, non la scrivo.

Leggo i fumetti, Dylan Dog e qualcos’altro quando cattura la mia attenzione ma solo perché non è possibile trovarne una versione online.

Vedete, non c’è più posto per cose ingombranti nella mia vita. E la carta ingombra.

E forse davvero dovrei scrivere ciò che sto per scrivere su un foglio e chiuderlo in un cassetto ma ormai se non condividi non esisti e in qualche modo ho bisogno che qualcuno si ricordi della persona che ero.




La mia famiglia ha sempre adottato una politica di totale trasparenza per quanto riguarda le “cose brutte” quindi non trovai strana quella chiamata mentre mi trovavo a Stoccolma. Altri genitori avrebbero aspettato che tornassi a casa per non rovinarmi le vacanze ma non i miei. Avevo appena visitato Oslo trovandola una città molto bella, uno di quei posti in cui mi sono sentita a mio agio, costo della vita a parte.

Ricordo che una mia amica perse la carta d’identità e fece finta di accorgersene solo all’aeroporto e comunque venne imbarcata sul volo Oslo-Stoccolma sebbene l’unico documento che avesse con sé era una qualche tessera priva di foto. Ai tempi funzionava così e poi sembravamo ed eravamo innocue.

Oslo è l’ultimo ricordo della vecchia me che mi porto dietro. Holmenkollen, l’Hard Rock Cafè con il poster del Violator Tour dei Depeche Mode ed Enjoy the Silence, la canzone che più mi rappresenta, che risuonava tra le mura come ad avvisarmi di assaporare quel silenzio emotivo che ancora provavo, il paese di Babbo Natale a pochi km dalla città (scrissi pure una letterina e no, non vi dirò cosa avevo chiesto, diciamo solo che il grassone vestito di rosso non ha ancora provveduto ad esaudire la mia richiesta), l’Urlo di Munch, la carta di credito che si era smagnetizzata e una delle mie amiche che sembrava odiare il genere umano in quei giorni, gli scontrini con i prezzi troppo alti e quella fame di shopping che non riuscivo a placare. E poi quel posto là, dove in molti sono morti anni dopo, che all’epoca era un posto davvero molto bello dove i giovani grigliavano il cibo e tentavano di abbronzarsi. Mi hanno detto che ora è ancora così. La vita è andata avanti e i fantasmi non disturbano chi riempie di vita quel lembo di terra.

Poi arrivò quella telefonata.

Mio padre aveva un cancro ai polmoni. Sembrava una cosa da nulla, solo pochi millimetri, ma avrebbero dovuto asportargli l'intero polmone.



Io e mio padre siamo sempre stati profondamente diversi e incapaci di comprenderci a vicenda. Lui ragionava con i numeri, tutto era riconducibile ad un bilancio in cui alla fine ci doveva essere una sorta di utile, in ogni campo della vita.

Io ragionavo con le emozioni, che mi importava se alla fine quel bilancio chiudeva sempre in negativo? Da qualche parte avevo pur avuto qualcosa di positivo, un utile effimero, quindi tanto valeva vivere alla ricerca di emozioni. Non mi piacciono i numeri, li capisco, ci ho lavorato per molti anni, ma non mi piacciono per nulla. Non tutto è riconducibile ad essi. Non per me. Di certo allora meno che mai.






Dopo quella telefonata io e mio padre continuammo a non comprenderci ma io cominciai a ragionare con i numeri e lui con le emozioni.

Cominciai a capire che ogni giorno è un regalo e che in qualche modo avrei dovuto darci un senso, cosa che non sempre riesco a fare, ma ci provo.

Cominciai a leggere statistiche, di ogni tipo, a pensare a non vivere proprio alla giornata anche se ci ho messo parecchio tempo per rendere questo proposito qualcosa di più di un proposito. Quante probabilità avevo di essere colpita dal cancro a mia volta? Quante di finire la mia vita in un aereo mentre sfracellava da qualche parte? Quante di avere successo e provare a realizzare i miei sogni? Quali sono le dieci cose che andrebbero fatte almeno una volta nella vita secondo il popolo del web (sembra stupido, lo so, ma ho davvero cominciato a realizzare che prima o poi sarei morta e qualunque cosa mi era di conforto)? Come avrei fatto a chiudere il bilancio in positivo almeno per una volta e non pagare un prezzo troppo alto per pochi istanti in cui tutto mi pareva andasse bene proprio perché avevo pensato solo a quello specifico momento?

Mio padre si lasciò trasportare davvero troppo dalle emozioni, non dette retta ai medici e chiese che gli fosse asportato solo mezzo polmone, la morte di suo padre gli provocò un dolore troppo grande da reggere e in questo momento non è più qui a dirmi che la vita è come un bilancio.

Per un po' ho pensato avesse ragione lui ma lui alla fine ha capito che no, la vita fa quello che vuole, è più o meno come un gratta e vinci.

Vinci se rimani vivo, ogni giorno. Vinci se hai la salute. Vinci se sei così banale da pensarla così.




Dopo Oslo io ho perso i miei ricordi di Stoccolma ed Helsinki, le città che visitai successivamente.

Ero troppo impegnata a cercare di capire come fosse possibile dover togliere un intero polmone per un tumore di pochi millimetri.

L’unico incontro che avevo avuto con il cancro risaleva ai miei 14 anni quando andai a trovare la mia prozia. Aveva solo 46 anni, un cancro al seno in tempi in cui non era così curabile e quando, distesa su un letto di ospedale, mi vide, semplicemente si voltò dall’altra parte.

Questo era per me il cancro: un malato che mi aveva voltato le spalle. Qualcosa che non avevo avuto il tempo di realizzare cosa fosse perché non mi era stato permesso e che poi avevo cercato di tenere a distanza nonostante le persone si ammalassero: amici di amici, la cognata di un'amica, un compaesano che a malapena conoscevo, la vicina di casa, la madre di un'altra amica. Non erano abbastanza vicini a me. Mi sforzavo di vederli solo di spalle, per così dire.

Ho ritrovato da poco un moleskine che avevo portato con me durante quella vacanza, quando ancora non viaggiavo ma semplicemente andavo in vacanza e non facevo foto, pensavo di non averne bisogno. L’ho riempito di disegni quel moleskine, soprattutto a Stoccolma ed Helsinki. Alcuni disegni sono diventati quadri, di altri avevo perso ogni memoria e rivedendoli pensavo di recuperare qualche ricordo ma... ho vissuto ad Helsinki 7 mesi e mezzo (e le ho percorse quelle strade alla caccia di qualcosa che mi risultasse familiare ma non è stato così, la Helsinki che non ricordavo non era la città che stavo vivendo) e ho visitato di nuovo Stoccolma lo scorso anno ma non sono riuscita a ritrovare quei luoghi e nemmeno quella vecchia me, quella che tutto sommato ogni tanto mi manca, anche solo perché lei amava tanto la carta.

Poco tempo dopo la morte di mio padre uno stupido incidente mi portò via la possibilità di dipingere senza provare dolori lancinanti. E lei è morta così, e la carta è sparita. Ed è per questo che mi sono avvicinata alla fotografia. Per trovare un nuovo modo per dipingere.




L’avevo già capito prima che dovevo cominciare a fare delle foto, io che proprio non ne volevo sapere di appropriarmi di immagini e immagazzinavo ciò che prendevo dalle mie vacanze per poi dipingere.

Era una sera come tante, una delle ultime che ho passato da sola con mio padre (cosa già rara di per se). Doveva andare da un cliente per discutere di non ricordo cosa. Aveva quasi perso la voce perché si era lesionato le corde vocali a forza di tossire e stava in piedi a malapena ma quella sera doveva per forza andare da quel cliente. Mi chiese di accompagnarlo. Mi aveva già dato la lista di cose da fare quando sarebbe morto, che problema c’era, mi sono detta, avrei solo dovuto portarlo ad una decina di chilometri di distanza ed aspettarlo in auto.

Portava sempre con se una vaschetta, una di quelle del gelato che compri al supermercato, piena di salviette e fazzoletti perché tossiva in continuazione e spesso espelleva del catarro, stava quasi tutto il tempo in casa e gli era parsa la soluzione migliore per non lasciare in giro la prova della sua malattia. Quella sera se la portò in auto e non fece altro che tossire ed espellere catarro per tutto il tragitto e poi ci lasciò lì, in auto, io e la vaschetta e il catarro e qualche goccia di sangue. E io avrei voluto essere in grado di fotografare quella vaschetta, quel momento. Non pensai di usare il telefonino, non feci nulla, rimasi semplicemente lì a fissare la malattia di mio padre che colava tra i fazzoletti di carta.

Quello è stato il momento in cui ho deciso che sarei diventata una fotografa documentarista ma l’ho scoperto molti anni dopo quando raccontai la storia di mio padre con le foto. Se volete conoscerlo, lo trovate qui.

Forse vi ho rattristato, non lo so, perdonatemi se l’ho fatto ma avevo bisogno di lasciare questo ricordo da qualche parte, dove potrò trovarlo se ne avrò bisogno, sicura di non perderlo come accadrebbe se lo scrivessi su un foglio di carta e lo mettessi in un cassetto.



Le foto che avete visto le ho prese a Vigeland Park. E' un luogo magico, per me è diventato speciale. Io credo racconti la storia di ognuno di noi, sta a chi lo visita trovare la propria tra le sculture che abbelliscono il parco.

Oslo è anche molto altro. Mentre passeggiavo tra le vie della città ho cercato di ritrovarla, lei, l'altra me, immaginando di incontrarmi. Le avrei detto di farsi i capelli biondi perché le donano, di non tralasciare i sintomi di una malattia perché le costerebbe davvero molto caro farlo e di non abbattersi mai perché ci sarebbero stati molti brutti momenti ma anche esperienze irripetibili. E di non dubitare degli amici sinceri. Ah già, soprattutto di non cercare di essere ciò che non è perché avrebbe solo sofferto troppo cercando di percorrere la via più facile e in discesa. Avrebbe dovuto saperlo e in qualche modo lo sapeva ma glielo avrei ricordato. E le avrei detto di non definirmi banale per averle detto delle cose banali... non ci sarebbe stato nulla di banale nella sua vita e a volte avrebbe rimpianto momenti che prima riteneva inutili.























E ora passiamo a cose più divertenti. Cibo, per la precisione.



No renna, non t'ho assaggiata (a me questa pare un'alce ma facciamo finta che io sia sicura che è una renna, anzi la più renna tra le renne).

Cercando un posto dove mangiare una fisknsuppe migliore di quella assaggiata a Bergen sono finita in un posto chiamato Vulkan, dove si trova un mercato alimentare. La zuppa mi è piaciuta molto e ora mi sento pronta a divulgare la mia ricetta.

Fiskensuppe:
Diciamo che riguardo al pesce da usare potete essere creativi ma secondo me merluzzo, salmone, cozze, gamberi possono andare bene. Se lo trovate aggiungete anche dell'halibut. Le verdure da usare sono porro e carote. A me piace aggiungerci anche delle patate, ognuno ha la sua personale ricetta della fiskensuppe.
La preparazione è molto semplice: mettete in una pentola le verdure a tocchetti e cuocetele con del brodo di pesce (acqua e fumetto fatto con i carapaci dei gamberi e le teste degli altri pesci oppure un buon dado di pesce). Quando la cottura delle verdure è quasi ottimale aggiungete il pesce, sale e pepe. Una volta spento il fornello aggiungete del latte o, se preferite, della panna da cucina. Se riuscite a procurarvi quei cosi che sembrano cartone ma sono una specie di cracker che si trovano all'Ikea, sono l'ideale per completare il piatto.

E quindi buon appetito.

Accanto al mercato del pesce ho preso queste foto.










Questo è Holmenkollen con la nebbia. Da quel simpatico trampolino che sembra avere fine solo in paradiso (ai tempi salii fino in cima ed è veramente molto alto, credetemi) gli atleti che praticano il salto con gli sci fanno quello che fanno gli atleti che praticano il salto con gli sci. Non mi viene in mente una frase corretta per scrivere questa cosa.



Chiudo questo scritto confessando che ho dimenticato la mia sciarpa, quella fatta a mano da mia madre lunga più di tre metri, in treno tornando da Bergen. Me ne sono accorta appena scesa dal treno ma il capotreno non mi ha lasciato risalire e mi ha detto di chiamare gli oggetti smarriti. Pare che in Norvegia tutto venga ritrovato ma al momento la mia sciarpa è ancora dispersa. Se smetterò di postare articoli per troppo tempo vorrà dire che mia madre avrà letto.

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