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Portogallo, COIMBRA: Riti di iniziazione al sushi



Agosto 2018

Coimbra

Quando ho scoperto che uno dei miei coinquilini della meravigliosa casa olandese dove ho passato i primi mesi dell’anno stava a Coimbra non ho potuto fare a meno di chiamarlo per una rimpatriata dove nella mia immaginazione avremmo ricordato momenti topici della nostra convivenza a quattro come quando la nostra coinquilina francese (Laura, ti vogliamo bene!) tentò di imitare la mia inimitabile pasta mazzancolle e zucchine usando, per errore, i cetrioli al posto delle zucchine.

Ci siamo dati appuntamento ad ora di pranzo. Poi, dopo aver deciso che l’ora di pranzo avrebbe dovuto essere l’ora di pranzo come la intendono in centro Italia soprattutto perché io non ho ancora capito a che ora si pranza qui in Portogallo, ho perlustrato questa cittadina che, per ora, è quella che mi è piaciuta di più qui in Portogallo.


















Il copione l’ho già letto più volte: vicoletti, negozietti, salite spaccagambe, chiese, azulejos. Qui però lo sceneggiatore ci ha rimesso mano più volte e, giusto per farmi una sorpresa, mi ha fatto trovare una stradina piena di centrini appesi ai balconi e a fili tirati tra un balcone e l’altro.

Centrini.

Il fetish di mia madre.

La mia nemesi.

Dire che li detesto è dir poco e a casa mia per un periodo i centrini sono stati ovunque. Io forse nemmeno ci farei dormire i gatti sopra ai centrini. Non ne voglio avere, non li voglio vedere sui mobili, non mi piacciono. Mi è stato fatto notare che se fossero griffati e che se Dolce e Gabbana o McQueen dovessero creare degli abiti all’uncinetto non avrei nulla da ridire nell’indossarli… beh non lo posso negare ma l’uncinetto addosso a me è una cosa, addosso ai mobili è un’altra. Però vederli svolazzare sopra alla mia testa mi è piaciuto parecchio. È stato davvero suggestivo.








Poi ti esce una foto come questa con la stessa atmosfera di una che ti avevano fatto il giorno della prima comunione e cerchi di ricordare se pure in quella foto ci stavano dei centrini… probabilmente si.





E poi io e Giuseppe, il coinquilino, ci siamo trovati per pranzo. E dal “andiamo in quel posto che fanno dei toast buonissimi” siamo passati all'”andiamo al ristorante giapponese che non ho mai provato il sushi”. Bene, ho pensato, non dovrò dirgli che non mi piacciono i toast.

Poi ho realizzato e non mi pareva vero di poter assistere all’iniziazione al sushi di un profano.

Mi piace la cucina giapponese, mi sono ingozzata di sushi parecchie volte e non parliamo di tempura… Però dopo aver mangiato giapponese in Giappone… non ho più voglia di mangiarlo, non in Europa almeno. È diverso ma non serve entrare nel luogo comune. Quello che possiamo mangiare da queste parti è solo un lontano cugino del sushi giapponese, credo lo sappiano tutti. Anche i giapponesi che ti portano nel ristorante che “più o meno è come mangiare in Giappone”.

Io sono stata iniziata al sushi a New York nel 2009 in un ristorante dietro alla Grand Central dove probabilmente hanno rifilato il rene che ho lasciato per pagare il conto, ai clienti venuti dopo di me. Poi ho continuato a sperimentare da Sapporo, una bettola giapponese economica vicino alle Nazioni Unite che purtroppo ha chiuso i battenti da anni ma che serviva uno dei migliori sushi della città a prezzi davvero bassi.

Se inizi qualcuno al sushi dovresti dirgli 3 cose: di intingere il boccone nella salsa di soia, di non esagerare con il wasabi e di non mangiare lo zenzero che serve per pulire la bocca tra un tipo di sushi e l’altro. Ovviamente prima di spiegare queste 3 cose l’iniziato avrà già infilzato con le bacchette il primo boccone e lo avrà trovato insipido, mangiato tutto lo zenzero e, parlo per me, messo tutto il wasabi nella salsa di soia.

Il mio ex coinquilino ha solo mangiato lo zenzero e ritenuto il primo boccone insipido. È stato fortunato. Io meno: ero troppo concentrata su di lui e ho dimenticato i miei casini alimentari quindi mi sono trovata degli Utamaki in tempura belli pieni di formaggio Philadelphia. Ecco che succede quando nei ristoranti non mettono le foto del cibo che dovresti ordinare e nemmeno traducono gli ingredienti in una lingua a te comprensibile.

Risultato: ho saltato il pranzo e sono andata a zonzo con il mio amico soddisfatto del suo primo approccio con la cucina giapponese.














Coimbra è una città universitaria. C’è un solo modo per convincermi ad avvicinarmi a delle università: dirmi che architettonicamente sono davvero belle o che mi devo presentare per ricevere una laurea honoris causa. O per assistere alla laurea di qualcun altro ovviamente.

Non mi sono laureata, ho frequentato per un anno la facoltà di economia e commercio ma passavo tutto il tempo a disegnare. Non mi pento di essermi ritirata, quel percorso di studi non faceva per me. Nonostante la mia famiglia sogni segretamente che io prima o poi mi iscriva a qualche corso di laurea, io mi laureerò solo se mi daranno una laurea honoris causa oppure se deciderò di comprarmi il titolo.

Non fraintendetemi, rispetto molto chi dedica anima e corpo allo studio. Ho disegnato locandine di laurea come da tradizione della mia zona per amici, parenti e conoscenti (anche perché nessuno lo sapeva fare meglio di me, ho un certo talento) ma sono stata l’unica del mio numeroso gruppo a non volermi laureare. Però un giorno ho tenuto una lezione al corso di laurea in marketing all’Università di Genova relativamente ad un progetto fotografico che avevo fatto per una casa automobilistica ed è stato davvero bello. Io non amo studiare. Amo leggere, informarmi riguardo ogni cosa catturi la mia attenzione. Forse potrebbe essere definito un modo di studiare…

Ho passato la vita con i libri in mano ma ahimè non erano quelli di scuola. A volte erano cose un tantino più impegnative ma purtroppo pochi non mi rinfacciano il fatto di non ho voluto proseguire gli studi. (Che poi li ho proseguiti frequentando l’accademia di fotografia ma la cosa passa inosservata anche se certi corsi erano davvero tosti ma vabbè, viviamo in un mondo in cui basta comprare una macchina fotografica per fare il fotografo, a che serve avere delle competenze derivate dallo studio della materia? Se non si è capito ero ironica, la fotografia è un linguaggio che va studiato, non basta conoscere la tecnica e comunque anche quella va studiata. Punto.)

Ricordo un carnevale in cui comprai una toga e mi travestii da laureata giusto per provocare i miei genitori. Trovai in soffitta 5 tesi di laurea rilegate che qualcuno aveva regalato a mio padre ed uscii a far festa. Mi annoiai a tal punto che cominciai a leggere una tesi di laurea per il corso di medicina... Però la mia toga mica era bella come quelle di qui eh. Qui si vestono come Harry Potter… o è Harry Potter a vestirsi come i laureati di qui? Dopotutto l’autrice viveva a Porto quando ha creato la saga.






Anche a Coimbra si canta il fado, la musica popolare tipica portoghese ma qui ha un’interpretazione tutta sua, di estrazione più colta. Viene praticato solo dagli studenti universitari. Ho aguzzato le orecchie ma non ne ho captata una sola nota.



E questa è Coimbra. Tutti mi chiedono se ho assaggiato il piatto più tipico dei piatti tipici portoghesi. La francesinha.

Grazie ma io il panino più elaborato che riesco a mangiare è pane casereccio con prosciutto cotto e olive, come diavolo dovrei riuscire ad assaporare e poi ingoiare del pane in cassetta farcito con salsiccia fresca, prosciutto cotto portoghese, linguiça (andate su Wikipedia se non sapete cos’è), salumi e una bistecca di manzo, il tutto ricoperto da formaggio fuso e infornato in una terrina di terracotta con un’abbondante salsa a base di pomodoro, peperoncino e birra? Magari mettendoci sopra un uovo fritto e adagiandolo su un letto di patatine?



Giuro, sacrificherei qualcosa per poter riuscire a mangiare di tutto ma al momento non mi viene in mente cosa, le mie qualità me le tengo strette.






Dimenticavo: flamingos level up!

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