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Portogallo, LISBONA: RIP cappello di paglia blu… insegna agli angeli a non perderti un’altra volta



Agosto 2018

Lisbona

Ovviamente questa tizia elegantissima con il cappello e la macchina fotografica non sono io e nemmeno potrei essere io… però… la foto stava bene sotto al titolo ecco.

Non ho nemmeno fatto in tempo a lamentarmi (dentro di me, sia chiaro, in modo molto contenuto) per aver prenotato un ostello che non è risultato di mio gradimento (non ho nulla contro gli ostelli, ogni tanto li prenoto anche se detesto condividete gli spazi con sconosciuti mi piace pernottare in centro città, semplicemente questo mi ha delusa parecchio) ed aver sceso un paio di gradinate avviandomi verso il centro di Lisbona che un tizio mi si è avvicinato mentre ammiravo la vetrina di un negozio di sardine in scatola per turisti (sì, per turisti, chi altro comprerebbe delle sardine in scatola, in scatole bellissime, a quel prezzo?) e ha tentato di vendermi della marijuana. Sono rimasta basita, non mi era mai capitato prima, solitamente mi chiedono se ne ho da vendere oppure se so dove comprare della roba buona. Alla mia reazione stupita mi ha rassicurata dicendomi che in Portogallo è legale. (Beh non proprio perché lo è il possesso ma non lo spaccio ecco…). Gli ho spiegato che non fumo e ha insistito. Secondo lui stavo tergiversando per paura di qualcosa ma io davvero non faccio uso di droghe e sono astemia da più di 20 anni solo che nessuno nota la differenza quindi mi trovo spesso a dover spiegare che sì, a volte l’abito non fa il monaco. Soprattutto nel mio caso. E nessuno mi crede comunque.

Ho rivolto di nuovo il mio sguardo al negozio di sardine in scatola chiedendomi per quale motivo non dovessi comprarne qualcuna (le scatole sono proprio belle, avrei potuto comprarne una per ogni membro della mia famiglia con il proprio anno di nascita stampato sopra, pensavo) e rimuginavo su questo strano benvenuto quando ho preso la mia reflex per scattare una foto e mi sono resa conto che il filtro polarizzatore che avevo avvitato sull’obiettivo si era rotto di brutto e soprattutto che si era incastrato (per chi non lo sapesse il polarizzatore è un filtro che satura i colori e controlla i riflessi e non si può riprodurre in post produzione). Non sono una fan dei filtri ma il polarizzatore lo uso volentieri ultimamente e quello frantumato non era uno di quelli economici e soprattutto… ma come diavolo ha fatto a rompersi? Ed è qui che il mio umore si è fatto talmente nero che ho deciso che la città non valeva le mie vesciche ai piedi e che avrei preso l’autobus turistico. E comprato un cappello di paglia. Due cose che di solito odio fare.




Lo dico subito. Lisbona è di certo una città estremamente affascinante e con un’atmosfera davvero incantevole ma tra noi non c’è stato quel colpo di fulmine che per esempio ho avuto con Danzica o Berlino. Però nemmeno Amsterdam mi era entrata nel cuore dopo una sola giornata e temo che per capire Lisbona ci voglia un bel po’ più di tempo di un weekend in cui il mio pessimo umore avrebbe potuto farmi detestare anche New York. E io non detesto mai New York, nemmeno quando arrivo stremata dopo un lungo volo e il puzzo dell’ascensore tra la quattordicesima e la ottava rischia di farmi vomitare, cosa che accade ogni volta che vado a New York.











Sono piuttosto certa che la mancanza di amore a prima vista sia stata dovuta alle varie scocciature intercorse durante il viaggio, all’aver sbagliato strada appena arrivata (cosa comune per me ma se ti alzi alle 4.30, affronti gli ubriachi per strada prima di arrivare alla stazione dei bus, dormi male e quando arrivi scopri che ti dovrai fare la doccia in stile galera insieme alle altre ragazze che alloggiano nell’ostello… beh… tutto si amplifica ecco) e all’essere nel mio annuale periodo dell’effluvio (avete presente quando vi cadono i capelli a fiotti, vi disperate, pensate che dovrete comprare una parrucca e controllate giorno dopo giorno se i capelli stanno ricrescendo ben sapendo che ogni anno è stata la stessa storia e continuerà ad esserlo perché è una cosa fisiologica e poi rompete le scatole disperandovi con il vostro fratello etero e completamente rasato? Ecco), perché Lisbona ha tutte le caratteristiche che mi possono far amare una città: molta acqua, un centro storico molto bello, dei tram che sfrecciano impazziti per le strette vie dei quartieri più caratteristici, una vita notturna molto vivace e fervente e un sacco di negozi. E passando con l’autobus turistico in zone di solito non battute dai turisti appiedati ho notato molte cose interessanti. Me ne sono andata a malincuore, come se al nostro primo appuntamento io e Lisbona non ci fossimo impegnate troppo.

E poi Lisbona è imbrattata di graffiti. Non parlo di street art, parlo di graffiti, tag. E la cosa mi disturba. Adoro la street art ma divento una belva nel vedere scarabocchiati palazzi e mezzi pubblici. Volete lasciare una traccia? Firmate una bella opera d’arte su qualche muro, non uno scarabocchio. Lo scarabocchio non farà ricordare di voi se non per il senso di sporco e abbandono del decoro che vi lasciate dietro. Ma forse è esattamente quello che volete… Da questo punto di vista Lisbona è il classico bel figo che incontrate per strada e che vi fa pensare a quanto sarebbe stupendo se solo si desse una ripulita.

La street art che mi piace:





Questa non troppo:



La cosa più bella è stata perdersi tra le vie del quartiere Alfama dove tutto mi incuriosiva e mi portava a voler chiedere a qualcuno di raccontarmi le storie di ogni angolo perché degli angoli del genere di storie da raccontare ne hanno di sicuro. Peccato che in questo periodo in giro ci siano solo turisti e venditori di cianfrusaglie per turisti.


















Ammetto che alla fine l’aver preso il bus turistico non si è rivelata una cattiva idea. Me lo avevano consigliato parecchie persone perché a Lisbona c’è davvero troppo da vedere perché un weekend sia abbastanza. Ovviamente non mi potevo perdere la famosa torre di Belém e ho deciso di cominciare la visita della città da qui:



Mentre gironzolavo nei paraggi e mi arrendevo al dover togliere il filtro polarizzatore incastrato con le cattive, ho sentito dei turisti parlare della famosa Pasticceria di Belém dove avrebbero acquistato una vagonata di Pastèis de Nata, dolcetto tipico che qui in Portogallo potete trovare ad ogni angolo di ogni dove. Siccome non mi piacciono i dolci e questi piccoli cosi assomigliano molto a delle cose formaggiose che avevo visto in America in scala aumentata, non mi ero nemmeno sognata di assaggiarli ma, incuriosita, ho scoperto che un monaco del vicino monastero creò la ricetta nel 1833 per ricavarne del vil denaro in un periodo in cui i monasteri venivano chiusi. Altre fonti fanno risalire la ricetta a qualche secolo prima e parrebbe fosse un’invenzione di alcune suore. Al momento la ricetta originale è segreta (c’è chi dice che ci va la panna, chi no) e solo nella mitica pasticceria di Belém si possono assaggiare le originali tortine di sfoglia ripiene di crema. Sembrava la trama di un romanzo di Ken Follet e magari lo è pure, ho letto solo 4 o 5 suoi romanzi e non ho idea di che altro abbia scritto… qualcosa tipo il Mistero del Monaco del Monastero di Belém ci potrebbe stare eh!

Dopo aver letto una delle ricette disponibili sul web ho pensato che potrei preparare questi dolcetti per gli ospiti quando invito qualcuno a cena quindi mi sono munita di una lattina di Coca-Cola che mi avrebbe tolto immediatamente un sapore sgradito di bocca se fosse stato necessario e mi sono messa in fila con tanta santa pazienza per poi procedere con l’assaggio di una pasta appena sfornata. Non male devo dire. Credo proverò a rifarli a casa.

Poi sono risalita sul bus.












Il bus faceva anche una piccola escursione a Cascais, località balneare vicina a Lisbona.

Il mio cappello ha rischiato di volare via infinite volte a causa del forte vento e 3 o 4 volte ci è pure riuscito ma mi è stato riportato dagli altri passeggeri. È stato più fortunato del fratello che giace da anni in fondo al golfo di Sorrento però poi l’ho perso lo stesso. Credo di averlo lasciato in ostello.

Cascais è, secondo degli italiani che ho incrociato, una specie di Santa Margherita Ligure. Non posso dare un’opinione al riguardo perché non mi intendo di località balneari ma posso dirvi che è un posto caruccio se volete andare in spiaggia. Io ci ero andata perché una delle tappe del giro in bus è la Boca do Inferno. Insomma, con un nome così ci si aspetta che sia un posto davvero fico.

Beh è un posto caruccio pure questo ma non infernale ecco. Se l’inferno è così… ero scesa solo io dal bus e ho seguito il conducente che pensavo andasse alla spaccatura quando mi sono accorta che si stava accingendo, in un luogo appartato, ad espletare i suoi bisogni fisiologici. Imbarazzata mi sono rimproverata per aver dimenticato che “non tutti vanno al cimitero dopo un funerale” e che non devo seguire le persone convinta che andranno verso la mia stessa destinazione. Spesso vanno semplicemente a pisciare (vedi Porto e la mia inutile e lunga discesa verso i bagni pubblici).





E poi, prima di andarmene, mi sono ricordata che io, appassionata di tram, non avevo ancora fatto un giro con il mitico tram 28. Uno dei tram più famosi del mondo. Il tram che percorre in fretta e furia i vicoli dei quartieri più belli di Lisbona, che si arrampica in salite difficoltose e poi scende per discese che manco le montagne russe. Non potevo rinunciarvi. E non l’ho fatto sebbene rischiassi di perdere il bus (che poi non sarebbe stato un problema perché avevo comprato il biglietto lo stesso giorno in cui avevo comprato quello sbagliato da Aveiro a Viseu e in preda ad una moria di cellule cerebrali avevo sbagliato l’orario pure di quello di Lisbona. Mi rassicura solo il fatto di avere comprato quei due biglietti nello stesso lasso di tempo quindi incolpo la stanchezza, un blackout cerebrale o non so cosa. Di certo non è da me).

Datemi retta. Se visitare Lisbona il giro con il tram 28 è d’obbligo. Salite al castello o all’altro capolinea così eviterete di trovarvi con il culo per aria alla prima curva perché stare in piedi è davvero difficile e godetevi questa magia di Lisbona.










Con il senno di poi credo che l’aver letto un brutto libro ambientato a Lisbona mi abbia un po’ rovinato questo incontro con la città. A dire il vero di libri ambientati a Lisbona ne ho letti due ma uno lo definisco senza infamia né lode, il secondo mi ha lasciato l’amaro in bocca. Odio le storie che parlano di malattie terminali. Cioè vanno anche bene ma che senso ha raccontare la storia di una povera disgraziata che vive in un quartiere popolare di Lisbona e due giorni dopo che le viene diagnosticato un cancro rarissimo incontra di nuovo un ragazzino che aveva incontrato millenni prima e lui non la abbandona mentre la vita le si accanisce contro in un modo che ti viene da pensare che no, purtroppo spesso accade davvero, non solo sui libri, che l’espressione piove sempre sul bagnato vale anche in negativo? Cioè per favore scrivetemelo sulla quarta di copertina: se non avete voglia di rivivere momenti di merda perché avete avuto a che fare con la malattia direttamente o indirettamente, lasciate perdere. Sono a favore a tutto ciò che può shoccare visivamente e aiutare a diffondere l’idea che la prevenzione può salvare la vita (quindi sì, andateci giù pesante con le immagini) ma nei libri no, lasciate perdere la malattia. Nei libri vedi le cose come vuoi tu e qualcuno di inesistente diventa qualcuno che conosci perché sei tu ad immaginare come potrebbe essere, specialmente se non viene descritto. E Lisbona, in qualche modo, per me si è ammantata di tristezza e ogni volta che vedevo qualche ragazza passare in bicicletta mi sono chiesta se di lì a poco quella bicicletta non avrebbe potuto usarla più a causa di un tumore osseo.

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