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Spagna, CUENCA: Scrivevo silenzi, notti, segnavo l'inesprimibile. Fissavo vertigini (A. Rimbaud)



Novembre 2019

Cuenca

È bastata una sola foto per emozionarmi, per ridurmi il cervello in pappa.

In poche parole, ho visto Cuenca e non ho capito più niente.



È stato un colpo di fulmine.

Uno di quelli veri, intendo, roba da romanzo rosa, mani sudate, occhi luccicanti, cuore imbizzarrito ed uno stormo di farfalle nello stomaco.

E quella brutta, triste, sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa al di sopra delle mie possibilità perchè qui si trattava di decidere di affrontare vertigini di alto livello.



Ma si può rinunciare a combattare quando ci si imbatte in un sentimento del genere?

Non io, giammai, sebbene sapessi quanto ostica sarebbe stata la cosa, avrei affrontato le mie paure fino alla fine, mia o delle paure.



Cuenca l'ho scoperta cercando le tracce del Don Chisciotte di Cervantes nella regione della Castiglia-La Mancia, quindi ho pensato che, se ha combattuto lui contro i mulini a vento scambiandoli per giganti, perchè non avrei dovuto alzare un pochino l'asticella dei miei limiti?

La città, Patrimonio dell'Unesco (e vorrei ben dire), è famosa per le case appese, costruite sulla roccia a strapiombo sul dirupo.

Il solo descriverle mi fa rivivere le sensazioni provate nel fotografarle.

Non so come sia possibile che le foto non siano particolarmente mosse visto quanto mi stavano tremando le mani.



Cuenca di primo acchito mi è sembrata meno ostica di quanto avevo immaginato perchè, beh, guardando le foto sul web avrei scommesso su una mia crisi di panico ogni 3 metri.












Ecco, è stato così non appena ho raggiunto il centro storico della città.









Cuenca ha questo brutto vizio di far apparire dal nulla degli strapiombi alla fine di una viuzza.

Insomma tu ti trovi in una via che interseca la viuzza sopracitata, sei più in alto, giri lo sguardo e immagini di ruzzolare, scivolare in basso e non riuscire ad aggrapparti ad un cazzo di niente e finire giù per il burrone.

Cioè, io mi sono immaginata questo, ho una fantasia molto fervida quando si tratta di vertigini, ma, sbadata come sono, tutto ma proprio tutto è, purtroppo, possibile.

Vabbè.





Poi ho visto il trenino turistico e che avrei dovuto fare, non salire sul trenino turistico sapendo che sicuramente mi avrebbe facilmente fatto raggiungere posti che avrei raggiunto comunque ma sudando ettolitri di paura?

Oh a me ha fatto paura anche andare in giro con il trenino turistico ma lo rifarei mille volte, la vista della città dall'alto mi ha letteralmente tolto il fiato nel senso che per prendere delle foto decenti ho dovuto avvicinarmi un po' troppo allo strapiombo e ad un certo punto ho smesso di respirare e le gambe mi hanno chiesto cosa pensassi di fare ma io non stavo pensando a nulla.

Stavo bene dov'ero, incantata dal paesaggio e troppo terrorizzata per tornare indietro, fare una salita e rischiare di scivolare.

Ecco, ditemi come si chiama la paura di cadere e abbiamo trovato la mia paura preferita.

Basofobia, si chiama basofobia la paura di cadere, che nome orribile.









Ed è qui che ho il mio cervello mi ha abbandonata e, priva del supporto dell'organo pensante, ho deciso di tornare giù a piedi per prendere delle foto che avevo visto salendo.

Ci sono riuscita?

Ma no, ovvio che no, mi sono bloccata prima di raggiungere un ponte perchè mi sembrava troppo spaventoso, quindi sono risalita (è stato brutto pure risalire), il trenino era già partito e non ne voleva sapere di riprendermi ma credo di aver avuto la faccia del “o questa la facciamo salire e scende col trenino oppure sviene qui”.

Scendendo mi sono resa conto che ricordavo male e che il ponte non era poi così spaventoso quindi, ve lo dico subito, sono risalita di nuovo a piedi tanto ormai avevo raggiunto e ormai superato il limite in cui il dolore diventa piacere, ero strafatta di adrenalina e ne volevo ancora.











E dopo ciò, mi sono fermata a pranzo, a gustarmi un meraviglioso polpo alla griglia.

Avevo l'altra sfida, quella per cui mi ero preparata fin dal primo istante in cui avevo visto quella foto di Cuenca.

Il Puente de San Pablo sullo Huecar.

Mi tremavano ancora le mani quando il ristoratore mi ha porto il pos cordless per pagare il conto.



Il contactless non mi funziona più, non ho idea del perchè, quindi ho preso il pos, ho infilato la carta di credito, le mani hanno tremato un po' più del dovuto e il pos è caduto a terra dove si è letteralmente frantumato con la mia carta di credito ancora inserita.



Ora, a parte sparire e far sì che il ristoratore cancellasse dalla mente la figura di merda che avevo appena fatto, io ero davvero davvero preoccupata per la mia carta, ci mancava solo di averla distrutta in questo modo, piuttosto originale, a dire il vero.

Il ristoratore ha cominciato a riassemblare il pos cordless, il pos non si voleva riassemblare, io non sapevo più in che scuse profondermi, il ristoratore grugniva, credo mi abbia definito in molti brutti modi dentro di sé, sentivo i suoi pensieri invadere i miei.

La mia carta di credito non dava segno di vita.



Poi, il miracolo, transazione avvenuta.



Io ed il ristoratore ci siamo guardati negli occhi e ho fatto ciò che non aveva il coraggio di chiedermi: sono sparita il più velocemente possibile.



Dovevo trovare il ponte, mi ero prefissata di percorrerlo e... spoiler, no, non ci sono riuscita, non era il ponte a spaventarmi ma la ripida salita che avrei dovuto affrontare alla fine del passaggio sospeso.

Conosco le regole della prospettiva e sono certa che avrei potuto affrontare quella salita senza troppi affanni ma... non ero esattamente nelle condizioni di pensare in modo razionale e anche se ne fossi stata in grado, la paura se ne fotte della razionalità, la mia almeno. La vostra paura, magari, è più ragionevole.

Se mi fossi trovata davanti al ponte senza aver dovuto fare una ripida strada per arrivarci e aver esaurito tutte le mie energie, probabilmente lo avrei percorso ma ho avuto un calo di adrenalina proprio di fronte ad esso e ci ho messo un po' per riuscire a muovermi di nuovo, credo di aver bisogno di qualcuno che mi tenga la mano per poter affrontare un ponte del genere, dicono che è fatto apposta per far sentire al sicuro chi soffre di vertigini ma la cosa non mi ha convinta troppo, devo essere sincera.

Non è stato facile arrivarci, per nulla, nella mappa era indicata una strada risultata però poi chiusa, un'altra strada era troppo ripida e troppo poco protetta dal baratro, io ho cercato di arrivare in fondo ma poi non c'era comunque verso di raggiungere la meta quindi mi sono arresa e ho deciso di affrontare la strada che mi era stata indicata all'Ufficio Informazioni Turistiche.

Vale la pena, vale la pena anche se avete il mio stesso problema, la vista della città arroccata e delle case sospese vale ogni sofferenza, ogni battito del cuore di troppo, ogni goccia di sudore e tutti gli incubi che probabilmente avrò per un po'.





Il mio mulino a vento non l'ho proprio proprio sconfitto stavolta, diciamo che io e la mia paura siamo andate in pari ma, beh Cuenca, credo ci rivedremo, prima o poi, in un modo o nell'altro, hai ancora molto da mostrarmi, c'è una Città Incantata poco lontano, lo so, ma magari torno con qualcuno che mi tiene per mano perchè uno per amore può anche essere disposto a fare di tutto ma a volte la paura è più semplice da debellare con qualche aiuto.

Intanto ti dedico queste parole di Arthur Rimbaud, tratte da "Una stagione all'Inferno" perché, prima d'ora, non mi era mai piaciuto così tanto fissare la vertigine.

"A me. La storia d’una delle mie follie.

Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo burlevoli le celebrità della pittura e della poesia moderna.

Mi piacevano le pitture idiote, sovrapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, immagini popolari; letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisavole, racconti di fate, libretti per bambini, vecchie opere, ritornelli sempliciotti, ritmi ingenui.

Sognavo crociate, viaggi di scoperte di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storia, guerre di religione represse, rivoluzioni del costume, migrazioni di razze e continenti: credevo a tutti gli incantamenti.

Inventai il colore delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu, –

Disciplinai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai d’inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi.

Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile.

Fissavo vertigini."

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