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Spagna, MURCIA: Il mistero di Godofredo Nemesio

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Dicembre 2019

Murcia

È ora di andare.

Di nuovo.




La valigia è in attesa di essere chiusa, di solito mi ci siedo sopra e con fatica tiro la cerniera, prima o la romperò, ne sono certa, e dovrò cercare di trovare un'altra valigia, all'ultimo momento prima di partire (spero non sia questo il caso ma temo che prima o poi accadrà).

Le valigie non mi durano molto, stavolta ho rotto le rotelline, la volta scorsa ho dovuto chiedere ai coinquilini ingegneri di smontarmi il manico (si chiama manico? Maniglia? Cos'è?) del trolley che era rimasto incastrato e non riusciva più a scendere nell'apposito allocamento.

Ogni Natale voglio regalarmi un set di valigie con la Union Jack, ne ho viste alcune molto belle (bisogna valutarle attentamente perché con la Union Jack stai poco a cadere nel trash) e se vi state chiedendo perché desidero un set di trolley con la bandiera inglese... beh, mi piace riconoscere facilmente la mia valigia quando la aspetto al ritiro bagagli.

Se non avete mai litigato con qualcuno che si rifiuta di darvi la vostra valigia perchè è convinto che sia la sua, forse non potete capirmi.




Mio fratello ai tempi mi aiutò a portare a casa le mie cose da Milano, quando la città che tanto mi aveva voluta decise di mandami via (e aveva ragione, avevo esaurito il mio tempo laggiù).

Mise uno dei miei trolley rossi, pieno di utensili da cucina (avevo di tutto), nell'apposito scomparto e un paio di dolci vecchine se lo presero scambiandolo per il proprio bagaglio.



Se ne accorsero una volta scese dal treno urlando “oddio la valigia, la valigia, la valigiaaa”, attirarono l'attenzione del fratello che si accorse di che valigia avevano preso e andò incontro alle malcapitate chiedendosi che cosa avrei trovato io nella loro valigia se nessuno se ne fosse accorto.

E soprattutto come avrei preso la notizia di aver perduto per sempre il mio spremiagrumi elettrico nero opaco.



Ma, come vi dicevo, io le valigie non riesco a non romperle, quindi al momento ho comprato l'ennesimo trolley nero.

Pesa parecchio, io dico che sto dentro ai 23 kg tassativi per l'imbarco senza supplemento, il mio padrone di casa non ne è convinto, pensa pesi sui 30 kg.



Riesco ad alzarla tranquillamente con una mano quindi se ha ragione lui, beh, andare in palestra ogni giorno ha dato i suoi frutti.



Credo che lo scoprirò in aeroporto, qui non esiste nessuna bilancia pesa persone. Non che io abbia fatto qualcosa per cambiare lo status quo, non mi piace pesarmi, credo non piaccia a nessuno.

Ricordo ancora con i brividi la volta in cui mi pesai in un albergo a New York, un sacco di anni fa, e mi scordai per un attimo della conversione libbre-chilogrammi...

Avrei voluto mangiarmi un'altro arroz nigro (paella al nero di seppia con seppie e tonno) da Los Arroces De Los 9 Pisos, il mio ristorante preferito a Murcia, un'altra insalata russa che buona come la fanno qui io non l'ho mai mangiata (ma l'ho davvero mai mangiata prima?), del polpo alla griglia, un sacco di calamari fritti e una valanga di tapas varie.

Il "Murciatone" no, manco mangio il panettone come ogni italiano che si rispetti, figuriamoci la versione murciana. Più o meno ci assomiglia, dalle mie ricerche sono riuscita ad evincere che la differenza sta nella farina usata e nella varietà di canditi che comprendono anche melone, pesca e albicocca.



Mi mancherà la Spagna, lo so da un bel po'.

Ci ho messo un sacco di tempo a capire questa nazione, così allegra, a volte troppo lenta per una persona come me che ferma proprio non riesce a stare.






Me lo avevano detto che la Spagna fa così, che ti entra dentro poco a poco e quando poi la devi lasciare, te ne vai, ma un pezzetto di cuore glielo regali.



Ormai dopo quasi 6 mesi, avevo imparato ad andare in centro città senza dover usare le mappe del telefono (più o meno e solo perché la strada era quasi sempre dritta) e addirittura riuscivo a percorrere un paio di strade diverse per andare alla stazione degli autobus senza perdermi. Per una persona per la quale 500 metri non lineari diventano qualcosa di molto simile al labirinto del Minotauro (immagine che trovo piuttosto evocativa visto che siamo in Spagna) è una grande vittoria.

























Come da mia prassi sono riuscita ad offendere la gente di qui rifiutando inviti a bere la cerveza locale (birra).

Riesco sempre ad offendere gli autoctoni, ho offeso i francesi insultando i loro formaggi puzzoni, gli olandesi rifiutando la marijuana e i cechi schifando la Kofola (la schifosa imitazione locale della Coca-Cola).

Non lo faccio apposta, davvero, è che se una cosa non mi va, proprio non mi va e non trovo nulla di male nello spiegare che no, non farò finta che una cosa mi piaccia per non offendere chi me la offre. Se io ti porgo qualcosa che a priori non apprezzi, per quale motivo dovresti farmi torto rifiutandolo?



A parte la zumba, quella ora la adoro, anche se molto dipende dal fatto che adoro il trainer e la sua particolare scelta musicale, la zumba insegnata da altri non è la mia zumba e mi fa solo venir voglia di tornare all'idea iniziale ovvero creare una playlist per la metal-zumba.

Mi sono fermata a questi brani, poi ho stoppato la mia ricerca, troppo presa ad ancheggiare a ritmo latino.

Marilyn Manson - Tainted Love

Rammstein - Ich Will

Korn, Skrillex, Kill The Noise - Narcissistic Cannibal

E poi la Spagna mi ha anche regalato la conoscenza. Ho scoperto l'esistenza del termine "fotografia boudoir".

Sorvolo sulla diatriba che ne è nata perché io davvero non avevo idea di cosa fosse e nemmeno mi vergogno della mia ignoranza.

So cos'è il cross processing (che alla scuola di fotografia chiamavamo amichevolmente crossing), come costruire un foro stenopeico e prima o poi me ne andrò a zonzo con una fotocamera di legno grande formato di fine '800 e sperimenterò la tecnica del collodio umido (devo solo capire come evitare di puzzare per tipo tutto il resto della mia vita), di certo non mi ritengo "non una fotografa".

Non mi sono mai interessata a quel tipo di fotografia perchè, personalmente, la ritengo inutile.

Non giudico né i fotografi che la amano, né le persone che sentono la necessità di farsi fotografare in quel modo, ognuno ha una sensibilità diversa e ha bisogno di esprimersi con strumenti diversi.



Ho però riflettuto molto, a me la fotografia boudoir non interessa minimamente perché non è reale, perché funziona quasi sempre così: ti fai fare delle foto in un contesto sensuale, il/la fotograf* la sviluppa e poi la ritocca, tu ti aspetti che lo faccia e spesso nemmeno ti viene chiesto se e come vuoi essere ritoccat* o, nei casi più estremi, rimodellat*.

Ciò che alla fine avrai non è un tuo ritratto, è più o meno ciò che vorresti essere o come il/la fotograf* pensa vorresti vederti.

E mi sta bene finchè si è consci di tutto ciò, di avere in mano un ritratto che è più simile alla pittura, come concetto, che a quella che io e molti altri riteniamo “fotografia”.

Nella fotografia di moda il fotoritocco estremo non mi disturba, fa parte di un immaginario irreale che, spero, tutti percepiscano per irreale.

Mi preoccupa, nella fotografia boudoir, quando questo tipo di foto hanno uno scopo diverso, ovvero quello di dipingere falsi ricordi, di cercare approvazione sia da sé stessi che da coloro che non facevano parte della nostra vita al momento dello scatto e non possono sapere che la persona che hanno davanti e quella nella foto hanno coesistito solo nell'immaginazione o del fotografo o del modello (scusatemi, mi devo abituare a scrivere "gender neutral", gli errori non sono voluti).



Ho letto di recente un libro, "Nel grande vuoto" di Adil Bellafqih. Ricordo che i rapporti umani, tra le pagine, sono spariti. Sono gli avatar a "vivere", comprando uno di essi si compra anche tutto il contesto sociale che lo circonda.

Il problema è che l'avatar iniziale assomiglia moltissimo all'umano sul quale viene modellato e per migliorarlo bisogna investire del denaro, a volte molto denaro.

Nessuno investe su un corpo che non può più essere visto, tutto viene investito per migliorare l'avatar, ciò che gli altri possono vedere e giudicare.

In quel mondo la gente preferisce morire per non essersi presa cura di sé piuttosto di non prendersi cura del proprio avatar.

Preferiamo una bella e finta foto che cercare di migliorare la nostra immagine allo specchio, soprattutto se parte della nostra vita la viviamo nei social.

Ed è una cosa che capisco eh. Anch'io ho dei problemi con le foto che mi ritraggono, ormai lo sapete.

Ed è una fortuna, allo stesso tempo, io la mia vita la vivo, non la fotografo.

Condivido qui i luoghi che visito, qualche pippa mentale e le migliaia di figuracce che una cabra loca despistada come me fa in continuazione ma non il mio aspetto.

E se non perdi il tuo tempo a metterti in posa, hai più tempo per vivere, credetemi.









Quando ho cercato casa a Murcia, l’unica cosa di cui mi importava era la vicinanza al luogo di lavoro, di modo da poter evitare di essere incenerita dai raggi solari nel tragitto da casa.

Fortuna ha voluto che trovassi una stanza perfetta per le mie esigenze. Ad affittarmela fu Godofredo Nemesio (che ha un nome molto più comune e bello di questo ma qui lo chiameremo così) un ragazzo che dalle foto sembrava mio coetaneo e scriveva in un inglese migliore del mio (non che ci voglia molto eh).



Al mio arrivo ho incontrato Godofredo Nemesio ma non un coetaneo bensì un gentile uomo di mezza età che del ragazzo della foto aveva solo il colore degli occhi e siccome io non sono nemmeno lontanamente fisionomista (non ricordo i volti delle persone che incontro e non sono capace di notare somiglianze, mi rendo conto che può sembrare strano per una fotografa ma tant'è) ho pensato “Oh, allora non sono l’unica che in Air Bnb ha messo una foto di “qualche” anno fa".

Godofredo Nemesio però, secondo me, aveva un pochino esagerato perché il ragazzo della foto sembrava avere almeno una ventina d’anni in meno, ma, ehm, ripeto, chi sono io per giudicare un peccato così veniale?

Godofredo Nemesio che mi ha aperto la porta di casa non parla inglese. Ho pensato “vabbè si sarà fatto aiutare da qualcuno per rispondermi in chat”. La cosa mi è sembrata strana ma il caldo mi ha fritto i neuroni quindi non ci ho più fatto caso e amen.



Ho riscritto a Godofredo Nemesio su Air Bnb più o meno 3 settimane dopo il mio arrivo. Lui mi ha contattata su whatsapp e grazie alla foto profilo ho scoperto che si trattava del ragazzo che mi aveva affittato la casa all’inizio. Quello con cui posso scrivere in una lingua che comprendo e non usare un misto di italiano, spagnolo, dialetto veneto, parole che invento. Quello che assomiglia davvero poco al mio padrone di casa di mezza età.

E qui la cosa si è fatta troppo complicata per il mio povero cervello ormai incenerito dall’afa murciana.



Il mistero mi è stato svelato: ci sono due Godofredo Nemesio, padre e figlio, perché qui in Spagna fino a un po’ di anni fa era consuetudine dare al primogenito il nome del padre.

In questo caso entrambi i nomi.



Questa usanza mi ha stupito, penso che i soprannomi vadano molto di moda, per forza di cose.

E poi mi sono resa conto che l’uomo di mezza età non aveva messo una foto di quando era più o meno mio coetaneo ma suo figlio più o meno mio coetaneo aveva messo la sua foto aggiornata.

"E ora che faccio?", mi sono chiesta. Io possiedo 5 foto di me stessa, 3 non sono adatte ad Air Bnb e in una sembro più matta di quello che sono.



Rimane la quinta che uso da ormai troppi anni.

Potrei farmene di nuove ma è quasi impossibile per me farmi fotografare o fotografarmi.

Non sono cambiata molto da quella foto, e quella foto è rassicurante perché in qualche modo mostra ciò che sono veramente, ora una eventuale foto mostrerebbe sì lo stesso viso (o così mi dicono) ma in me è sparita ogni traccia di gentilezza o dolcezza. O, almeno, io non le vedo più quando mi guardo allo specchio.

Mi chiedo cosa sia successo, sono cambiata in tutto e per tutto ma rimango sempre una persona gentile eppure non traspare più.




La mia faccia invecchia lentamente, mi sta bene così, non le voglio le rughe. O, almeno, non troppo evidenti.




Probabilmente avrò fatto qualche strano patto con qualche demone a mia insaputa perché, a parte i capelli bianchi, l’unica parte di me che dimostra la mia vera età e pure qualche anno di più sono le mani.



Non ci ho mai badato alle mie mani, non ho pensato di cucirci sopra una qualche maschera, una di quelle che spesso sono necessarie.

Volete sapere chi sono davvero? Guardate le mie mani.

Non ho delle belle mani, non nel senso classico del termine.

Porto le unghie cortissime perché sono stata abituata a tenerle così da quando, a 9 anni, ho cominciato a suonare il pianoforte. Poi con il pianoforte ho smesso a 18 anni ma l'abitudine di tagliarmi le unghie cortissime è rimasta.

Sono piene di cicatrici e calli perché, non essendo capace di usare i pennelli, dipingevo con le dita e i colori ad olio e i gessi sono difficili da tirare e mi spellavo i polpastrelli fino a farli sanguinare e gli spray che usavo per fissare i colori mi bruciavano le nocche.

Mi sono tagliata con la carta dei libri troppe volte per ricordarle tutte.

Non metto lo smalto, non ne vedo alcun motivo, amo cucinare e toccare il cibo, davvero, non posso immaginarmi mentre preparo la pasta fatta in casa o le polpette o taglio la verdura con le unghie smaltate.

A volte, per fare delle foto, mi arrampico, mi ferisco, maltratto quelle dita che mi permettono di prendermi le foto che vedo con un semplice click.

Tormento le cuticole perché sono irrequieta e con qualcosa me la devo prendere e le cuticole sono sempre, appunto, a portata di mano.

Non porto anelli, stonerebbero nelle mie mani così brutte anche se prima o poi comincerò a collezionare anelli con il teschio di Alexander MacQueen e li lascerò in un cassetto o forse li sfoggerò solo dopo essere andata dall'estetista.

Un tempo delle zingare mi lessero la mano ma la mia storia non sta scritta nel palmo.

Sta scritta su polpastrelli, nocche e unghie e quel dorso dove le vene cominciano a vedersi un po’ troppo.

Potrei curare di più le mie mani? Si. Ci ho provato più volte ma sono una parte di me che pretende di essere vera, niente nail art o piercing alle unghie, nemmeno una crema idratante ogni tanto, le mani mi ricordano chi sono, chi ero e, fanculo, mi mostrano chi sarò. 



Mi piacerebbe poter dire che riesco a leggere anche la storia delle altre persone solo guardando loro le mani ma non è così.

Se qualcuno mi vuole raccontare la sua storia vorrei lo facesse con le parole, sono stufa di cercare di capire da me.  

Le mani sono lo specchio della mia anima, non i miei occhi, non da quando sono stati sostituiti dalle lenti di un obiettivo, forse però per gli altri vale ancora la vecchia regola. 

Non lo so, non sono più capace di guardare davvero qualcuno negli occhi con i miei soli occhi.







Murcia la voglio salutare così, con la canzone che me la ricorderà perché per troppe volte l'ho ascoltata passeggiando, quando calava il sole e il caldo si faceva meno insopportabile e io ricordavo una vita passata che non so se mi appartiene più.


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